Lavanda a novembre

7 Novembre 2009

Oggi ho raccolto ancora fiori di lavanda, nel nostro orto officinale. Lo so che si dovrebbero raccogliere d’estate. Ma le piantine che avevamo messo insieme, che tu avevi voluto ed amato, sono molto generose. Come te. E così ho raccolto tutti i fiori che ho trovato. Ne è venuto un bel mazzetto, li ho messi in casa, sopra il caminetto, come avevi fatto tu l’anno scorso. E qualcuno l’ho messo anche vicino alla tua foto, come aveva fatto Adriana nei mesi scorsi. Spero ti facciano piacere, bella.


Volevi che io capissi

2 Novembre 2009

Un anno fa, questo stesso periodo è stato terribile. Per te e per tutti noi. Allora, insieme, avevamo fatto la scelta di non dare troppe informazioni, troppe preoccupazioni ai nostri piccolini. E abbiamo sbagliato. L’ho capito dopo: avremmo dovuto dar loro almeno qualche elemento su quello che stava capitando. Prepararli.

Sì, ma questo è il senno del poi, ovviamente. Un anno fa, fino agli ultimi giorni, io stesso non ero preparato per niente. Non avevo capito. Tu sì, invece, ne sono convinto. Ma avevi anche capito che io non potevo capire, non potevo accettare la realtà.

Hai tentato di darmi dei segnali, anche espliciti, proprio in questi giorni. Come quando mi avevi chiesto – almeno un paio di volte – di metterci a tavolino per ragionare insieme su come organizzare la nostra vita senza di te. Richiesta che, lo hai visto, mi distruggeva. Richiesta che, te lo dissi, non potevo accettare. Ipotesi, ti dicevo, che non potevo prendere in considerazione. E allora hai rinunciato. Rinunciato quasi a parlarmi, almeno per qualche giorno. Io avevo notato che ti eri rabbuiata, intuivo di aver fatto o detto qualcosa di sbagliato. Ma preferivo pensare che tu fossi triste e depressa per la sofferenza fisica, per le cure che avresti dovuto ancora una volta affrontare. Che tu fossi giù perché ti si prospettava un periodo duro. Ma tu eri pessimista in senso molto più assoluto. Sapevi che il tempo che avevi davanti a te, duro o meno che fosse, comunque non sarebbe stato lungo.

E allora mi avevi lanciato un secondo segnale: mi hai detto, più volte, parlando dei bambini: “Meno male che hanno un bravo papà!”. E io stupido, ancora a non capire. Pensavo che tu volessi solo essere dolce con me, farmi un complimento per consolarmi genericamente. E invece non avevo capito che mi stavi dicendo qualcosa. In modo meno diretto, dato che ti avevo già dimostrato di non poter reggere un parlare più esplicito.

Ma anche a te sfuggiva che, se io non ero stato in grado nè di accettare nè tanto meno di capire quello che mi avevi detto in modo esplicito, come potevo arrivarci con un messaggio indiretto, bella?


Due novembre

2 Novembre 2009

Ieri era domenica, primo novembre. È novembre. Al pomeriggio, siamo passati a trovarti con i piccolini. Quanti bacini dà Francesca sulla tua foto, ogni volta… E stavolta lo ha fatto anche Enrico. Anche lui, che manifesta i suoi sentimenti un po’ meno delle sue sorelle. Ma sta cambiando. Sta imparando ad abbracciare: per un maschietto, sta diventando a suo modo affettuoso. Margherita, la più riservata, è sicuramente la più conscia della tua perdita. Margherita è quella che ha avuto più a lungo modo di godere della tua presenza, che ti ha conosciuta meglio. È fortunata, per questo, ma non sembra rendersene conto. O forse è semplicemente nella condizione più degli altri di soffrirne, proprio per questo. Enrico ha anche lui qualcosa di te: l’esperienza in famiglia. Infatti, è come te un figlio mediano: nè il più grande, nè  il più piccolo. E poi ha anche lui, come te, un orecchio un po’ a sventola, asimmetrico. Di Francesca, invece, mi si dice che è quella che ti assomiglia di più fisicamente. Pare sia uguale a te, alla stessa età. Sono tutti e tre dei bravi bambini. Non meritano la sfortuna chè è toccata loro…

Stasera ho parlato loro di te. Volevo capire se avevano messo a fuoco il fatto che stiamo arrivando al fatidico anniversario. Che già adesso siamo in quel periodo che, un anno fa, è stato così terribile per te. Per tutti noi. Allora, insieme, avevamo fatto la scelta di non dare loro troppe informazioni, troppe preoccupazioni.

E così abbiamo parlato, ricordato, pianto. I bambini sono coscienti del momento, eccome. E tu manchi tantissimo a tutti. È stato un momento triste. Ma autentico, e nostro. Per cui, anche se domattina si va a scuola, ho poi voluto esaudire un loro desiderio, che mi avevano espresso da tempo: abbiamo riguardato tutti insieme il nostro album di nozze. Margherita lo dovrebbe avere già visto, presumo con te, perché si ricordava di molte foto. E probabilmente anche Enrico, ma non pare ricordarsene, quindi per lui era una specie di “prima volta”. E per Francesca lo era quasi sicuramente. Abbiamo dedicato una buona oretta a guardare ogni singola foto, commentandole e notando le differenze nelle persone, rispetto a come sono oggi. I bambini hanno notato bene come le persone fossero tutte decisamente più giovani. Tu eri bellissima. Io invece, secondo loro, non tanto: pare mi trovino meglio oggi. E poi tutti i parenti ed amici, che loro conoscono tutti o quasi, ma che erano decisamente diversi. Pensa che, proprio mentre guardavamo le foto, ha telefonato Adriana. Ha risposto Enrico, che l’ha salutata e subito le ha detto che cosa stessimo facendo. Poi le ha precisato: “C’eri anche tu, zia, solo che eri molto meno vecchia di adesso!”. Ci siamo fatti tutti una risata. Ma io ho realizzato come loro vedono tutti noi, sostanzialmente: vecchi. Una persona più matura avrebbe ipocritamente detto “più giovane”, ma lui no, ha detto quel che pensava. Vecchi. Ad ogni modo, io ho poi raccontato loro come si era svolta la giornata delle nostre nozze, chi c’era e che cosa abbiamo fatto. Erano molto interessati. Anche per loro questa è storia della famiglia, e giustamente sentono di volerla conoscere. L’ultima foto, alla fine della giornata, è quella di te sempre vestita da sposa, ma con il tuo zainetto rosso che rappresentava il tuo trasloco nella nuova casa, nella nostra nuova vita. La nostra vita insieme, che adesso è già finita. Com’è passato in fretta questo tempo, bella!

Dopo le foto delle nozze, come tu sai, nell’album c’era ancora tanto spazio vuoto, ed avevamo deciso insieme di aggiungere man mano altre foto di noi, dell’evoluzione della nostra famiglia. Una per ogni anno, che chiamavamo “la foto dell’anno”, ti ricordi? Solo che l’ultima era quella del 2007. Di solito sceglievamo una foto della bella stagione, infatti, e perciò questo era un lavoretto che si faceva negli ultimi mesi dell’anno. Solo che nel 2008 non abbiamo fatto in tempo, e quest’anno non l’avevo ancora preso in considerazione. Così, ne abbiamo parlato tutti insieme, e abbiamo deciso di scegliere una foto per l’anno scorso, ed una per questo. Ancora una con te, e poi una senza. Margherita ha detto di aver già pensato alla didascalia per quest’ultima. Vuole parafrasare quella del 2004, in cui sembra che fossimo in quattro, ma tu avevi il pancione, e quindi ci avevi scritto accanto: “Siamo in cinque”. E ora lei vorrebbe scrivere: “Siamo di nuovo in quattro”. Vedremo. Dopo che avremo scelto e inserito queste due foto, ho proposto loro di aggiungere qualcosa di loro, d’ora in avanti, per te. Dei loro disegni, magari. Qualcosa che rimanga, che aiuti a costruire il ricordo del passato che c’è stato, che un po’ deve appartenere anche a loro. E di quello che deve ancora venire.


Reggia di Venaria

30 Ottobre 2009

Ci siamo. È il 30 ottobre. Non so veramente il perché, ma il fatto che un anno fa abbiamo fatto quella gita alla Reggia di Venaria mi pare da mesi una ricorrenza importante. Sarà perché lì ti ho fatto alcune tra le migliori foto dell’ultimo periodo? Forse, ma non solo. In anni più lontani, avevamo già visitato la Galleria di Diana, ti ricordi? Ma, dopo la sua tanto pubblicizzata ristrutturazione totale, era da tanto tempo che volevamo ritornarci. Ed avevamo sempre rimandato, come si fa spesso, per tante cose. Ma quella mattina del 30 ottobre 2008 eravamo così giù, tutt’e due… Negli ultimi giorni, tu avevi fatto una serie di esami non banali: ecografie, scintigrafie, TAC alle ossa e al torace. Le ultime due proprio quella mattina. Subito dopo, siamo tornati a casa. Era ancora presto. Ed io ho avuto un’intuizione, ed una volta tanto ho deciso di prendermi qualche ora per stare con te. Ti ho proposto di fare allora quella passeggiata tante volte rimandata.

Non è stata una visita piacevole. Eravamo tutt’e due distratti, soprappensiero. Non ci interessavano poi tanto le cose che vedevamo. E poi, eravamo entrambi d’accordo che l’allestimento degli interni era troppo sbilanciato sugli effetti multimediali, e troppo poco sulla bellezza intrinseca e sulla storia di quei luoghi. Ma la verità era che non eravamo sereni. Tu men che meno. Hai recitato per me. Hai cercato di sorridere. Ti sei lasciata fotografare. Ci siamo fatti fare una foto da una passante, probabilmente una turista tedesca, una ragazza poco esperta di fotografia. Foto tecnicamente mediocre, l’ho rivista stasera. Ma ci siamo noi due, e ne traspare quello che in fondo eravamo: io, uno sciocco che cerca di sorridere in modo sforzato dietro gli occhiali da sole, come fossi in spiaggia. Facevo l’ottimista. E tu, che mi abbracci teneramente, con un sorriso tristissimo. Con un’espressione negli occhi, che dice ciò che tanto spesso mi hai detto in quegli ultimi, faticosi, dolorosi, struggenti giorni: “Non farmi andare via. Tienimi con te”. Erano quelle le tue parole. E io non capivo quanto i tuoi timori fossero fondati. Non capivo quanto avremmo dovuto cercare di… non so neanche io cosa. Di dirci almeno addio come si deve, penso. Quanto vorrei averti detto “ti amo” una volta di più. Un abbraccio in più. Un bacio.

Tutti mi dicono che anche i miei gesti più banali, più quotidiani, ti trasmettevano il mio amore. Che non era necessario parlare. Che lo potevi sentire, capire anche solo dal mio affannarmi per ospedali con te, dal mio correre per farmacie. Forse è vero. Tu eri così in gamba che lo avrai sicuramente capito. Ma quanto vorrei avertelo detto! Averti veramente abbracciata un’altra volta. E invece ti dicevo solo delle sciocchezze sulle cure, sulle medicine da prendere, sulle commissioni da fare. Ti incoraggiavo, certo. Ma tanto era tutto inutile. Inutile, perché era tempo sprecato. Sprecato perché non l’ho usato per dirti il mio amore. Inutile perché tu sapevi che lo era. Inutile perché non è servito, bella.


Filmini

29 Ottobre 2009

Stasera ho preso il coraggio a due mani e mi sono messo a curiosare tra le vecchie immagini della nostra famiglia, dei pochi ma magnifici anni passati insieme. Non ero certo di dove sarei riuscito ad arrivare. Ma sapevo per certo che, tra tante foto, avrei trovato soprattutto un filmino del 12 aprile 2006, a cui sto ripensando da mesi. È una di quelle pochissime riprese che abbiamo, in cui ti si vede. Non solo: vi compari abbastanza a lungo. E parli, e racconti. Raccontavi la favola di Cappuccetto Rosso a Francesca. Lei era piccola, e così carina, me la ricordo come fosse ieri. E anche tu lo eri, mentre raccontavi e facevi le vocine dei personaggi, per lei. Ma finora, forse proprio per questo, non avevo osato andare a rivederlo.

Ma, come temevo quando ho iniziato a curiosare tra quelle cose, sono stato preso alla sprovvista. O forse inconsciamente ci speravo. Chissà? Infatti, ho individuato una ripresa che apparentemente aveva Francesca come soggetto. Non era quella di Cappuccetto Rosso, ed era anche più breve. Iniziava con Francesca, ma poi sei apparsa tu! E c’era la tua voce. Per alcuni, interminabili, secondi ho ascoltato quella tua voce. Ed ero incredulo: mi sembrava quasi di non riconoscerla, o meglio la riconoscevo ma mi sembrava diversa. Diversa dal mio ricordo fallibile, che si sta inevitabilmente trasfigurando nella mia memoria, nella mia elaborazione di esso. Ma c’erano i tuoi gesti, i tuoi sguardi. La tua tenerezza verso Francesca. Una tenerezza che causava quelle piccole, inconfondibili, variazioni di timbro che solo una mamma ha. Allora, sei tornata ad essere quella che ricordavo: una donna felice, innamorata della propria vita e della propria famiglia. Eri di nuovo la mamma di Francesca. E di Margherita ed Enrico, ovviamente, anche se loro non comparivano nel filmino. Ed eri la mia compagna di sempre.

Ed è andata così che, alla fine, ho anche osato riguardare, dopo tanta attesa ed esitazione, la favola di Cappuccetto Rosso. Ho cercato la tua voce. La tua voce, che solo pochissime volte sono riuscito a risentire nella mia mente, in questi mesi. La tua voce che faceva le vocine dei personaggi, per Francesca. E stasera, anche per me. Ancora una volta, bella.


L’inutilità della determinazione

15 Ottobre 2009

L’anno scorso, oggi. Dalle ore 17, sarebbe stato reso disponibile l’esito della tua ecografia del giorno prima, per il ritiro. E tu, alle 17 in punto, eri lì a ritirarlo: volevi sapere, non potevi più aspettare!

Pochi minuti dopo le 17. Io ero al lavoro in Alenia, ho ricevuto una telefonata. Tu eri seduta in macchina, davanti al centro medico, in lacrime. L’esito era “positivo”, come dicono ipocritamente i medici. Tu eri disperata. Tu, che avevi sempre saputo mantenere una calma come pochi. E nessuno di noi due sapeva ancora quanto questa disperazione si sarebbe insinuata in te. Nelle settimane successive ha fatto cuneo, ti è penetrata dentro, fino in fondo al cuore, distruggendo tutto.

Da quel momento, la disperazione ti ha totalmente pervasa. La disperazione intesa proprio in senso letterale: perdita della speranza. Ed io, invece, continuavo ad essere ottimista. Volevo esserlo, ancora. Qualcuno, dopo, mi ha detto che in quella situazione non potevo non esserlo. Ma ci credevo davvero, sai? Ci credevo davvero, quando ti dicevo che potevi curarti ancora una volta. Che avremmo vinto ancora una volta. Insieme. La prospettiva di un ritorno ai giorni, ai mesi terribili di due anni prima, produceva un effetto diverso su noi due. Io vedevo questo ripiombare nel tunnel della malattia, delle terapie, delle peregrinazioni tra casa e ospedali, come un ritorno ad un periodo che certamente sarebbe stato duro, ma che avremmo indubbiamente  superato. Lo avremmo superato come lo avevamo già superato prima. Ancora una volta. Grazie alla nostra, alla tua determinazione. Tu, invece, vivevi questa situazione come una condanna, una prova definitiva dell’inutilità di tutta la sofferenza, di tutta la forza che in passato avevi saputo trovare. La prova dell’inutilità del tuo coraggio. Dell’inutilità della determinazione.

Cieco che ero! Tu, già in quel 15 ottobre, avevi capito tutto. Ed il tuo grande cuore in quel giorno terribile ha cominciato ad affondare nel baratro, amore mio. Irreparabilmente.


Iniziano le danze

14 Ottobre 2009

Iniziano le danze. Danza del mio cuore. Danza come si dice in mare, quando si avvicina la burrasca. Sballottamento, si dovrebbe dire, in modo forse più diretto: oggi ricorre l’inizio del periodo più nero delle nostre vite, bella. Da settimane aspettavo con timore questa ricorrenza. Non ho dimenticato, come potrei?

Un anno fa, ignara e quindi serena, andavi a fare un banale esame di controllo. Come già ne avevi fatto uno sei mesi prima. Come ormai avevamo messo in conto che avresti fatto regolarmente, per molti anni a venire. Sarebbe diventata una routine: ormai era un fatto che avevamo accettato. Un pizzico di timore, ma niente più.

E invece, quella sera di un anno fa, sei tornata a casa di cattivo umore: “Non mi è piaciuta la faccia della dottoressa, mentre mi visitava”, mi avevi detto. Ed eri improvvisamente diventata nervosa. Proprio tu, la cui calma e serenità erano state di ispirazione anche per noi. Nei due anni precedenti, avevi affrontato a viso aperto l’inferno, ma eri sempre rimasta la ragazza coraggiosa che avevo conosciuto, che amavo.

Da quella notte, hai cominciato a dormire poco e male. E io con te, amore mio. E continuo ancora adesso.


Un universo di distanza

4 Ottobre 2009

Stasera stavo guardando le tue foto. Ho pensato che oramai le nostre vite si stanno allontanando, sempre di più. Il nostro passato è passato, il nostro stesso futuro è passato. È triste pensare a te in questo modo, così distante nel tempo e nello spazio. Ma tu resti sempre nel mio cuore. Ogni giorno, bella.


Seduto sul bordo del letto

26 Settembre 2009

Stamattina mi sono svegliato dopo una notte di scarso riposo. Mi sono seduto sul bordo del letto. Appena sveglio ero già stanco. Mi sono ricordato all’improvviso di un risveglio simile, una mattina di poco meno di un anno fa. Anche allora si dormiva poco e male. Tutti e due. Tu eri sofferente ed agitata. Io soffrivo con te, per te. Quella mattina, dopo una notte di angoscia, mi sembrava che tu dormissi, finalmente. Mi sono seduto sul letto, e intanto continuavo a rimuginare a cosa, a come avremmo potuto fare. Mi sono preso la testa tra le mani, perché me la sentivo scoppiare. E tu mi sei venuta vicino, mi hai messo una mano sulla schiena e, con una dolcezza insopportabile, mi hai detto: “É dura, anche per te…”. In tutto quel periodo tremendo, in cui tutti pensavamo solo a te, a come aiutarti, tu sei stata capace di avere un pensiero di comprensione anche per me. Sapessi quanto ne ho bisogno, ancora adesso, amore mio.


Asciugamani spaiati

25 Settembre 2009

Mio zio Luce, tu lo hai a malapena incontrato un paio di volte. È venuto a trovarci, è arrivato stasera. Ho preparato io stesso la camera degli ospiti, ma non sono riuscito a trovare per lui una serie di asciugamani abbinati. Mentre gli mostravo la camera degli ospiti, gli ho detto che gli asciugamani erano spaiati, e me ne sono scusato. Lui mi ha risposto che non gliene importava niente, e sono convinto che lo abbia detto in modo sincero. Ma, in quel preciso momento, ho capito che a me sì che importava! E dire che un tempo la pensavo come lui. Ho percepito in me un modo di sentire che era tuo, un pezzetto del tuo essere che mi è rimasto dentro: tu ci tenevi tanto a queste cose. La biancheria era po’ il tuo pallino: sapevi che cosa era bello, e avevi gusto e piacere nel presentarlo al meglio. Una tua piccola eredità, un momento in cui mi sei stata ancora accanto, bella.