Punture di vespa

29 maggio 2010

Stasera dopo cena, a casa di Gina, si parlava di punture di insetti. Enrico ci ha raccontato di come lui si ricordi esattamente di tutte le punture di vespa che ha subìto in vita sua. Sarebbero quattro, e di ognuna si ricorda le circostanze ed il punto esatto in cui sono state inferte. Poi ha raccontato anche di una di queste volte, di “quando c’era ancora mamma”. Così ha detto, e lo ha detto con una serenità che, devo ammettere, mi ha colpito molto. Devo ammettere che la sua seraficità nel dirlo mi ha quasi urtato. Ma poi ci ho ripensato. E sicuramente ha ragione lui: è inutile ricordare in modo lacrimevole. Meglio un suo ricordo sereno e sorridente, che uno triste.

Ed ecco il suo racconto, mi pare che valga la pena di conservarlo.

Tu e lui eravate in giardino. Quando lui era venuto da te, in lacrime per essere stato punto da una vespa, la prima cosa che tu avresti fatto sarebbe stata di correre in studio, sbloccare lo schermo del computer, e andare su Internet a cercare un rimedio. Abbiamo tutti sorriso, al pensiero di una mamma amorevole del 2000, che conosce e sa come usare le risorse tecnologiche del proprio tempo, anche in un caso di questo genere che avrebbe fatto andare nel panico alcune persone, o sfoderare vecchi e astrusi rimedi della nonna ad altre. Ma tu eri davvero una mamma in gamba, bella.


Una visita

29 maggio 2010

Oggi pomeriggio sono tornato a trovarti, bella. Era tutto in ordine, tutto bello come si conviene alla stagione più bella dell’anno. Tutto è verde, tutto è fiorito, fresco e rigoglioso. Si vede che la primavera fa la sua parte. E si vede anche che sono in tanti a volerti bene, a volere il meglio per te.

Io non so se questa volta sono venuto da te sull’onda dell’emozione di quanto mi è successo ieri. Ma ne ho sentito una specie bisogno, dopo tanto tempo che non lo facevo. Eppure tu lo sai che ti penso sempre. Sai che non credo sia necessario venire materialmente da te per poter pensare a te, per rivolgermi a te. Almeno, io l’ho sempre sostenuto, con sincera convinzione. Ma oggi, mentre stavo strappando via qualche piccola erbaccia indesiderata, come ormai faccio di consueto, mi sono di nuovo ritrovato a parlarti. Un po’ più sottovoce, non proprio forte, come si conviene in quei luoghi. Ma ti stavo parlando. E parlavo del mio stesso parlare con te. Ti ho detto che non so se serva, ti ho detto di non averci mai creduto, che quasi sicuramente non puoi sentirmi, né tanto meno rispondere. Ma ti ho detto anche che, ultimamente, sento di più la tua mancanza. Non so come mai. È chiaro che mi sei mancata sempre, è chiaro che ti penso spesso. Ma credevo anche di stare cominciando a sopportare la mia nuova condizione. Da qualche tempo mi sentivo abbastanza bene, il tuo ricordo è in qualche modo radicato nel mio cuore (e lo sarà sempre), ma era rasserenato.

Eppure ho dei momenti in cui la quarantesima candela, come dicono i turchi, brucia il cuore più del solito, anche se le prime 39 si sono ormai affievolite o spente. Adesso è uno di quei momenti, bella.


28 maggio

28 maggio 2010

Oggi sono rientrato a casa dal lavoro e non c’era nessuno. Non era tanto tardi: essendo venerdì avevo provato ad andare via dal lavoro ad un orario ragionevole. Inoltre, il clima nella giornata era stato abbastanza gradevole: assolato, e però con un’aria non troppo calda. E le giornate si stanno allungando, quindi c’era ancora luce. Non quella luce pienissima dei meriggi estivi (la sera ormai si avvicinava), ma comunque c’era luce. Ce n’era abbastanza perché si notasse, entrando, come le tapparelle semiabbassate rendessero la casa più ombreggiata e fresca. La nostra casa era al suo meglio, nella sua condizione più gradevole e godibile. L’estate, o comunque la bella stagione, è sempre stato il periodo in cui è più accogliente. Arrivando dal caldo della città, già arrivare nei dintorni era un sollievo, con quella differenza di qualche grado in meno che già ristora. Ma l’ingresso in casa è sempre stato il momento più bello, forse perché univa a queste sensazioni di gradevolezza fisica anche il ritorno nel proprio luogo, nel proprio nido. Nel nostro posto.

Ma oggi la casa era vuota. È ormai da molto tempo che rientro in una casa spesso vuota, dovrei esserci abituato. Ed infatti non ho subìto emozioni diverse dal solito. Almeno non a livello cosciente. Ma dopo pochi attimi, ho posato lo sguardo sulla tua foto che mi aspetta sorridente ogni giorno, proprio là nell’ingresso. Ho riguardato il tuo sorriso, che ancora adesso mi accoglie a casa quando arrivo. E poi ho sentito la mia voce che ti stava parlando. Ti parlavo ad alta voce, con naturalezza. Come se tu fossi lì con me in carne ed ossa. Come se tu ci fossi davvero. Come se tu fossi ancora accanto a me. Come se ancora camminassimo insieme nella vita, bella.

Mille altre volte avevo pensato a te, certo. Magari riguardando una tua foto, fosse quella o un’altra. Spesso mi ero rivolto a te, anche, ma sempre solo nei miei pensieri. O al massimo, qualche rara volta, con poche parole sussurrate tra me e me. Ma oggi mi sono ritrovato a parlarti con un tono quasi normale. Quasi come prima.

Oggi è successa questa strana cosa un po’ malinconica. Mentre in un altro 28 maggio siamo stati così felici, insieme. Tu eri così radiosa, quindici anni fa sull’altare. Eri la mia sposa.


Coquelicots

25 maggio 2010

Già nel periodo di quello che una volta era il tuo compleanno, non molti giorni fa, avevo visto anche quest’anno i primi papaveri. I tuoi amati coquelicots, come ti piaceva chiamarli, con questa parola così carina, un po’ giocosa, che usano i francesi e che tu avevi insegnato anche ai nostri piccolini.

Coquelicot

Coquelicot

Stamattina, però, li ho visti con uno sguardo diverso, perché ho notato che si vedono, nella campagna, dalla finestra della camera da letto. Dalla nostra camera da letto. Ed ho pensato a te, ovviamente, ma ho anche ripensato a me bambino, quando coglievo i papaveri come fanno tutti i bambini, affascinato dalla loro semplice bellezza. Una bellezza effimera, però. Ed i bambini non colgono questa sua fragilità. A quel tempo neanche io la coglievo.

Proprio questo sabato, mi era capitato di parlarne con i nostri piccolini, perché ne abbiamo visti tantissimi in un campo. Ed io ho ricordato loro di come tu non volessi che si cogliessero. Di come dicevi sempre quanto siano belli, ma solo lasciandoli là dove nascono. E di come si sciupino in fretta, se recisi. Ho detto loro che i papaveri sono belli ma delicati, e che durano poco. Mentre gliene parlavo, ho pensato spesso che tu sei stata come un papavero: così bella ma così effimera. L’ho detto anche a loro. Buon mese di maggio, bella.


Il profumo dei tigli

21 maggio 2010

Di nuovo i tigli. Stamattina, all’improvviso, ho sentito il profumo dei tigli. Di nuovo come l’anno scorso a giugno. Te lo avevo scritto. ti ricordi, bella? Forse un po’ in anticipo, stavolta, e infatti il profumo era più tenue. Ma immagino che nelle prossime settimane aumenterà. E intanto è passato un altro anno.

Questa stagione, la primavera, è quella che tu ed io abbiamo amato tanto. Ed anche quest’anno è finalmente arrivata, anche se un po’ piovosa fino a pochi giorni fa. Ma adesso si sta imponendo con la sua indescrivibile, spudorata, scandalosa, eternamente giovane bellezza. Le giornate sono straordinariamente limpide e miti. Il cielo è più trasparente che mai. L’aria si muove appena sotto la spinta di una dolce brezza che porta buoni e nuovi odori, come quello dei tigli in amore. Non viene affatto voglia di andare al lavoro. Viene voglia di andare a passeggio, invece. Di scoprirsi e respirare. Di rallentare il passo e riposarsi. Di fermarsi a guardare ed ascoltare. E di piangere, bella.


Pianoforte e pianti silenziosi

20 maggio 2010

Oggi anche Margherita ha detto (ma non a me) di non voler più studiare pianoforte. Dice che piange di notte in silenzio per non disturbare Francesca. Eppure è una bambina apparentemente serena, anche la psicologa che l’ha intervistata ha detto che non ha niente di patologico, e di solito è anche abbastanza allegra. Solo a volte, appare improvvisamente un po’ cupa, ma non dice il perché. Sono mesi che provo a capire che cosa prova, a parlarle, sperando che si apra con me. Ma non ci riesco. Cerco di starle vicino, le dico che le voglio bene, l’abbraccio. Ma poi, che altro posso fare, bella?


Lasciare alle spalle l’infanzia

20 maggio 2010

Oggi Margherita a scuola ha scritto un testo sul tema “A volte l’idea di lasciarsi alle spalle l’infanzia può spaventare”. Eccolo:

20100520 testo – lasciare alle spalle l’infanzia

Ovviamente va preso per quello che è con l’ovvia ingenuità di una bambina, che si manifesta nel linguaggio e anche nella conclusione “Io so solo che vorrei fare l’attrice”. Ma c’è dentro un messaggio che mi pare degno di nota e di attenzione, quando dice che non vorrebbe diventare grande. E non si limita a spiegare che, restando bambina, potrebbe continuare a giocare senza pensieri. Ma arriva a dire che “non le piacciono gli adulti”, e che non vuole diventare “come suo papà o altre persone adulte”. Ne deduco che la mia vita le appaia grigia, triste e noiosa. Lei la vede piena di impegni e di lavoro, vuota di divertimento e soddisfazioni. Tante volte mi convinco di avere una vita comunque piena e varia, e anche di trarre qualche soddisfazione, ad esempio dalla presenza degli stessi bambini, o dal mio lavoro. Ma forse, in fondo in fondo, Margherita non ha completamente torto: la mia vita è un po’ vuota. Vuota di senso, bella.


Pianoforte e lacrime

14 maggio 2010

Stasera Enrico mi ha detto che non vuole più studiare pianoforte. Pare che oggi pomeriggio, durante la lezione, sia andato in escandescenze con la sua maestra per un esercizio su cui lei insisteva e che a lui non riusciva. Gina me lo aveva riferito a cena e, al momento di metterlo a dormire, sono entrato sull’argomento con lui, che mi ha confermato di non volere più riprendere a studiare pianoforte, dopo la fine di questo anno scolastico. Chissà perché, poi, si è dato questo limite temporale?

Io sono stato a sentirlo e poi ho cercato di ricordargli che aveva chiesto lui di studiare il piano, e che bisogna essere coerenti, e che occorre impegnarsi, altrimenti non si arriva ai risultati, e che ci vuole costanza, ecc. ecc… Ho ottenuto solo pianto e lacrime. Questa sera ho fatto la parte “del papà”, che parla di responsabilità, ed appare severo. Ma non sono stato capace di ricoprire anche un ruolo materno, più orientato all’ascolto ed alla comprensione. So che, nella condizione della nostra famiglia, dovrei fare un po’ entrambe le parti, ma non sempre mi riesce. Non sono sempre all’altezza. In questi casi mi sento solo, e mi pare che ultimamente siano sempre più frequenti, bella.


Troppo presto

14 maggio 2010

Te ne sei andata troppo presto. Troppo.

Mi manchi, manchi a tutti.

Ciao, bella.


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