I grandi non ricevono caramelle

7 gennaio 2012

Siamo appena rientrati a casa dopo aver accompagnato Francesca a Castagnole, per il solito concerto di inizio anno del coro dei bambini. Dei nostri tre, oramai solo lei canta ancora in quel coro, dato che Enrico ha lasciato la scorsa estate e Margherita continua con il coro dei “bambini grandi”, come lo chiamo io. Il vecchio coro, infatti, è stato diviso per fasce d’età, con un’operazione aritmetica di divisione delle famiglie tra i due cori (nel nostro caso la divisione è all’interno dello stesso nucleo familiare) e di moltiplicazione degli impegni di accompagnamento alle prove, concerti, eccetera.

Nel rientrare, ho dovuto affrontare un’importante discussione legata al sentimento di delusione provato da Margherita quando l’assessore comunale ha regalato dei sacchetti di caramelle, innanzi tutto ai bambini del coro (quindi anche a Francesca), poi ad alcuni altri bambini presenti (tra cui Enrico). Ma non a lei, inaudito! E questa sera erano pure caramelle migliori delle volte passate!

Ho mediato un po’, convincendo i suoi fratelli (più piccoli ma a volte più ragionevoli di lei) a dividere le caramelle con lei, dato che due sacchetti sono più che abbondanti per tutti e tre. Ma soprattutto le ho dovuto far notare che neanche gli adulti ne avevano ricevute, e così ormai sempre più spesso accadrà anche per lei, dato che è cresciuta, e sicuramente le persone non la vedono più come una “bambina piccola”. Ci sono vantaggi e svantaggi, nel crescere, e lei questo deve ancora acquisirlo come fatto della propria realtà, bella.


Pescaturismo

26 agosto 2011

Oggi siamo stati a fare una bella gita all’isola di San Pietro, su un peschereccio riadattato per dare un buon livello di comfort ai turisti, e definito “Pescaturismo”.

Durante la navigazione, ho avuto agio di osservare i nostri bambini. In quel momento erano dotati di una bellezza particolare: se ne stavano in piedi sulla prua della barca, a guardare il mare davanti a loro, con i capelli al vento (Enrico è un po’ “biondino”, come sempre in estate, ti ricordi?).

Sembravano andare alla scoperta della vita, belli e fieri, con la curiosità della loro età. Anche io ne sono stato fiero in quel momento, e anche tu lo saresti stata, bella.


Eredità intellettuale del campeggio

14 giugno 2011

Un sogno della scorsa notte. Avevo ripreso in mano l’attrezzatura per il campeggio. Nel sogno tutto era ancora come l’avevi messo via tu. Un ordine perfetto: non mancava niente, e l’attrezzatura rifletteva perfettamente quella nostra lista minuziosa, che aggiornavamo insieme negli anni belli di quando andavamo in vacanza in auto. Noi due, da soli, in quegli anni liberi da pensieri e pieni di avventura.

Col tempo e con un po’ di esperienza, avevamo costruito il nostro elenco di tutto quello che serve per un campeggio ottimale (almeno per quelle che erano le nostre abitudini): la cucinetta a gas, qualche pentola, la moka, i fili per stendere da legare a due alberi, le mollette, eccetera. Un elenco che ritoccavamo e perfezionavamo dopo ogni viaggio, con l’obiettivo di non dimenticare nulla la volta successiva.

E pensando a tutta quell’esperienza, coagulata sotto forma di un elenco e di un’attrezzatura, mi sono detto che in fondo è possibile giustificare lo scopo di una vita anche in un’etica laica, che non contempli una dimensione trascendente. L’esempio, l’insegnamento, la costruzione di un piccolo passo di progresso, sul quale si baseranno altri. E sul quale piano piano si accumuleranno anche i contributi di altri.

La tua esperienza verrà trasmessa ai tuoi figli, bella. E loro ti conosceranno ancora un pochino di più anche tramite queste nozioni, quest’attrezzatura che spero useranno a loro volta, a loro volta modificandone lo scopo e i contenuti in funzione delle proprie esigenze, che quasi certamente saranno nel frattempo mutate rispetto alle tue (alle nostre), ma altrettanto certamente saranno state mutuate dalle tue. Dalle nostre, bella.


Una figlia moderna

27 aprile 2011

Ho appena aperto la tua e-mail; erano un paio di mesi che non lo facevo. Volevo giusto dare un’occhiata per vedere se fosse arrivata qualche bolletta da pagare, tra quelle che ancora non ho intestato a me stesso.

E invece sono stato folgorato da un messaggio del 4 marzo scorso, che ti è stato mandato da Margherita, e dice:

"Mamma mi manchi tantissimo ...T.V.B. Vorrei tanto ABBRACCIARTI xxxxxxxxxxxxxxxxxxxxx"

Poi è corredato da un cuoricino ed una coppia di faccine che si abbracciano. E dire che mi pareva usasse la sua e-mail molto poco, non sapevo neanche che conoscesse l’esistenza di tutte quelle faccine!

Mi ha così commosso che mi sono venuti gli occhi lucidi! I tuoi piccolini non ti dimenticheranno mai, bella.


Fenici e letteratura

26 aprile 2011

Stasera Enrico mi ha fatto leggere un testo che ha dovuto costruire come parte dei suoi compiti per le vacanze pasquali. Ci teneva molto che lo leggessi: era già da qualche giorno che mi parlava delle sue difficoltà nel congengnarlo, e soprattutto nel trovare una conclusione che lo convincesse. Ancora stasera mi ha detto di non essere molto convinto del finale. Si capiva che ci teneva ad avere un parere e magari un suggerimento.

Il compito richiedeva che parlasse di quello che ha studiato sui Fenici, ma nel contempo drammatizzandolo in qualche modo, come un racconto. Beh, devo dire che, benché il suo svolgimento sia stato molto semplice e lineare (e con moltissimi errori di ortografia fatti per distrazione – questo è tipico per lui), la struttura generale di questo suo racconto mi ha davvero colpito! Spesso ho notato che i bambini si rifugiano in racconti di fantasia perché non ricordano dei fatti reali (o non danno loro molto peso, il che non è poi molto diverso). Perfino Margherita, che è ormai in prima media, tende a scegliere i temi di fantasia, rispetto a quelli in cui potrebbe parlare della realtà.

Detto questo, e tornando a Enrico, sulle prime non mi ha quindi troppo sorpreso l’artificio con cui, all’inizio, spiega di essere stato trasportato nel tempo e nello spazio, e di essere stato così coinvolto in una spedizione di esplorazione e commercio a bordo di una nave fenicia. Tuttavia, è molto carino il modo con cui lui racconta di essere stato catapultato in quella situazione: niente macchinari ipertecnologici, né alieni bizzarri, ma solo una strana buca sulla spiaggia di un’isoletta, in cui si imbatte mentre vagabonda con la sua barchetta. E soprattutto mi è piaciuto il suo coinvolgimento in prima persona: è lui stesso la voce narrante e il protagonista del viaggio in compagnia degli antichi marinai e commercianti. Ma quello che mi ha colpito è soprattutto il finale, nel quale è riuscito a riportarsi alla situazione iniziale (la spiaggia, la sua barchetta), e però con l’aggiunta di un tocco dell’esperienza maturata nel lungo viaggio fatto con i Fenici: “Mentre me ne andavo in giro con la mia barchetta sono perfino riuscito a vendere qualcosa. Avevo imparato a commerciare”. Enrico è in gamba: ha un’indole molto orientata alle materie scientifiche, ma in fondo anche nella letteratura potrebbe trovare qualche bella soddisfazione, se la coltivasse.


Preoccupazioni

17 febbraio 2011

Oggi, nel tardo pomeriggio, mentre rientravo dal lavoro, ho telefonato a Gina per accordi a causa di un mio imminente viaggio di lavoro, che si è reso necessario in modo estemporaneo e che purtroppo è a poca distanza da due week-end con Cocca. So bene, e lo avevo già pensato da me, che in questo momento le mie assenze risulteranno molto ravvicinate agli occhi dei bambini. E so che non faranno salti di gioia alla notizia. Ma è anche vero che, per lungo tempo, la mia vita è stata incentrata solo su lavoro e bambini, ogni giorno e ogni notte. Gina mi ha detto, spontaneamente, di capire che anche io mi merito un po’ di gioia e felicità. Ed è così: ho bisogno di quelle cose, e anche di staccare un po’. Mi ha detto di capirlo e anche di aver perfino avuto occasione di spiegarlo lei stessa ai bambini. Eppure, nella sostanza, mi ha fatto una vera e propria paternale. Mi ha detto che mi sto assentando troppo spesso e che, secondo lei, i bambini ne sono turbati. Mi ha addirittura chiesto se io parlo con loro, se li rassicuro del mio amore e della mia presenza nella loro vita!

Mi ha anche citato una considerazione che Margherita le ha fatto mentre ero via lo scorso week-end. Era una riflessione sul papà di Cenerentola. Margherita si è domandata perché, nella fiaba, non venga mai fatta menzione del papà di Cenerentola. E ha concluso che lui, dopo essersi risposato con una donna inizialmente gentile verso la piccola che aveva perso la propria madre, sarebbe morto lasciandola in balìa di una matrigna che poi si è rivelata cattiva con Cenerentola e affettuosa solo con le proprie figlie.

Ovviamente Gina ha interpretato questa riflessione come un segnale di preoccupazione di Margherita, e così pare abbia cercato di parlare con lei, sempre alludendo al fatto che secondo lei io non parlerei a sufficienza con loro. Ma io ho una percezione diversa della nostra situazione, perché ai bambini voglio ovviamente un gran bene, e glielo dico ogni giorno, e loro dimostrano altrettanto affetto per me. Le ho spiegato che parlo loro spesso, in particolare con Margherita che è la più grande. E le ho detto che loro, di rimando, mi trasmettono affetto, e mostrano serenità e un ottimo equilibrio generale. Un equilibrio perfino superiore a quello di molti bambini che non hanno avuto un’esperienza sfortunata come la loro, in base a quanto mi viene riferito anche da altre persone che li conoscono. Certo, si può capire che in mia assenza possano avere qualche momento di malinconia e nostalgia. La provo anche io, d’altronde! E quando sono con me, alcune volte manifestano ovviamente anche tanta nostalgia per te, e anzi mi sorprenderebbe il contrario!

Nel complesso, comunque, ho trovato ragionevoli le sue preoccupazioni, e gliel’ho detto. E le ho anche spiegato quanto io parli con i bambini, quanto stiamo bene tutti insieme, e quanto io abbia una percezione diversa e, credo, più completa della nostra situazione. Troppe volte ho avuto la sensazione che lei si sia limitata solo ad aspetti pratici, nei rapporti con noi. Sono riconoscente nei suoi confronti, nei confronti di tutta la tua famiglia, per il grande aiuto che non mi hanno mai negato. Un aiuto importante, un grande impegno di tempo ed energie, per il quale sono e sono sempre stato loro molto grato. Ho sempre voluto bene alla tua famiglia. Quando c’eri tu, tutti loro mi hanno sempre fatto sentire a casa, e lo apprezzavo davvero. E spero anche io di essere riuscito a manifestare questo mio affetto e gratitudine, soprattutto nei confronti dei tuoi genitori, ma in fondo verso tutti. Ma tutti si sono sempre concentrati fondamentalmente sull’aiuto pratico nella vita quotidiana di una persona sola con tre bambini. E quindi oggi mi ha fatto male questa sua preoccupazione – anche se posso parzialmente capirla – perché ha dimostrato di conoscermi poco. Forse ci conosciamo troppo poco, reciprocamente.

Ma purtroppo ci sono molte, troppe, persone che non sono capaci di parlare delle cose che tutti sentiamo nel profondo. Che non riescono ad aprire il proprio cuore, sia per chiedere, sia per dare il conforto di una vicinanza di sentimenti. In questi due anni, mi sono sentito profondamente solo, come padre e come uomo. Nemmeno i miei amici più vicini sono riusciti ad avvicinarsi molto al mio sentire, soprattutto gli uomini. A volte con le donne ho sentito una maggiore affinità. Non so se dipenda da un’indole intrinsecamente più sensibile o se sono le donne che mi vedano più affine a loro, adesso che devo essere anche un po’ madre, che ho figli da educare in prima persona e una casa da mandare avanti da solo. Non lo so. Ma chi ha voluto e saputo avvicinarsi a me ha sempre trovato la mia porta aperta, bella.


Messaggi d’amore

6 febbraio 2011

Tra ieri ed oggi stavo riguardando gli ultimi SMS rimasti nel tuo cellulare. La maggior parte erano messaggi scambiati tra noi due. Alcuni sono semplici annotazioni legate al momento, promemoria che riguardavano questioni pratiche. Ma da molti altri traspare l’amore che ci legava, bella. Sia il tuo per me che il mio nei tuoi confronti.

Tempo fa, mi ero appunto chiesto se io ti avessi mai chiamata “amore”. Ricordo per certo che non lo facevo abitualmente. Non era consueto per me, e neanche tu lo facevi. Ma ho pensato che sarebbe un peccato se non fosse mai accaduto. Oggi so di averlo fatto – almeno in alcuni messaggini. E questo mi consola un po’. Mi consola l’idea di aver saputo fare, più di una volta, quel piccolo ma difficile passo nei confronti delle persone che amiamo, che ci consente di far loro sapere che cosa rappresentano per noi. Ed io saputo chiamarti “amore”, ho saputo dirti “ti amo”. Meno male, amore mio!

E poi ho riletto anche i tuoi messaggi, che dicevano tutta la tua dolcezza, e soprattutto quel che provavi per me. Questo mi consola ancora di più, perché serve a sottolineare, a ricordarmi, che neanche tu avevi perso la fiducia nel nostro amore, che mi volevi sempre, che mi consideravi sempre il tuo compagno per la tua vita, nonostante tutte le peripezie che abbiamo attraversato. Nonostante i momenti meno belli, gli errori e la sfortuna. Tu lì mi stavi dicendo che mi avresti amato per sempre. E così è stato, bella.

E nemmeno io ti dimentico: anche se la mia vita continua, continua con un ricordo dolcissimo e insieme amaro, di te che mi hai dedicato tutta la tua vita, anche se poi mi sei stata tolta così presto. E tu ritorni quando guardo i nostri piccolini, ad esempio, e la loro sofferenza spesso silenziosa. E così, anche se oggi ho un’altra persona accanto, anche se io ho ripreso a vivere, il mio pensiero ogni tanto ritorna, grato, a te, bella.


Autorità e autorevolezza

21 gennaio 2011

Io voglio bene ai bambini. Tanto. Loro sono la mia vita. Ma a volte proprio non ne posso più dei loro discorsi incongrui e interminabili, delle infinite ripetizioni di battute che a loro fanno tanto ridere e che a me possono al massimo far sorridere, ma che comunque alla lunga sinceramente mi annoiano per la loro insulsaggine!

Alla sera avrei voglia di riposare un po’ la mente, o perlomeno di toccare argomenti un pochino più interessanti. Spesso mi manca la possibilità di parlare con un altro adulto. Allora, soprattutto quando sono più stanco, mi sento un po’ esasperato da queste sensazioni di stanchezza e vuoto intellettuale. E così chiedo loro di smetterla, con calma. Ma spesso loro non capiscono il mio bisogno e allora divento impaziente e anche autoritario, chiedendo loro di smetterla, a volte in modo brusco. Sono un cattivo padre per questo?

Questa settimana, non ricordo quale fosse il programma radiofonico in cui  l’ho sentito, è stata proposta all’attenzione la differenza tra autorità e autorevolezza, nello specifico dei rapporti tra genitori e figli. Ovviamente capisco questa differenza, sia concettuale che etica. Ma a volte ho la percezione che mi si mettano “i piedi in testa” e divento sicuramente un po’ autoritario nel tagliare corto certe non-discussioni deliranti. Sono troppo autoritario e non abbastanza autorevole?


Un pomeriggio in casa

7 gennaio 2011

Questo pomeriggio abbiamo riguardato tutti insieme l’album delle foto del nostro matrimonio – esclusa Margherita, che ha fatto compiti per tutto il giorno. E non perché ne avesse tanti, ma a causa della sua scarsissima concentrazione. Francesca ogni tanto mi chiede di rivedere l’album e nei giorni scorsi lo aveva chiesto alcune volte, così oggi l’ho accontentata.

Un po’ più tardi, mentre eravamo a tavola per la cena, sempre Francesca mi ha chiesto se adesso Cocca ed io ci potremmo sposare. Io le ho risposto di sì, che eventualmente potremmo. Lei ci ha pensato un attimo, e poi ha ribattuto che lei a Cocca vuole bene, ma comunque ne vuole di più a sua mamma. Ho commentato che questo è normale e giusto, che nessuno può essere la stessa cosa della sua mamma. Ma le ho anche detto che una persona in più che le vuole bene, e alla quale voler bene, non è in alternativa alla mamma, non toglie ma anzi aggiunge qualcosa nella sua vita.

Enrico è intervenuto dicendo che, qualora ci sposassimo, uno di noi due perderebbe il lavoro, perché ad esempio Cocca dovrebbe venire a vivere qui con noi. Io mi sono fatto una risata e con tono scherzoso ho accennato che, in alternativa, potrei essere io a trasferirmi da lei. Lui ha fatto una faccia meravigliata e dispiaciuta, dicendo “Nooo!”, ma io non ho mai smesso di sorridere, e gli ho subito detto che non sarà così, rassicurandolo. Si è subito tranquillizzato, ma forse era una battuta eccessiva, mi dispiace di averlo un po’ spaventato. Però gli ho anche immediatamente fatto capire che scherzavo.

Margherita è intervenuta chiedendomi chi, secondo me, fosse più bella tra la mamma e Cocca, e però a questa domanda ho risposto che non trovo mai giusto fare di questi confronti. Ma trovo positivo che riusciamo a parlare tutto sommato molto serenamente anche di queste cose. Siamo sempre molto uniti, e i bambini, crescendo, stanno maturando. Io farò di tutto perché ciò avvenga senza troppi traumi, bella.


Una giornata festiva

7 gennaio 2011

Ieri abbiamo passato tutta la giornata in casa, ma era una cosa che io stesso avevo previsto e voluto, dato che ho invitato Adriana e la sua famiglia, e tuo padre. Oggi, se si escludono alcuni lavori in giardino che ho fatto nel pomeriggio, siamo di nuovo stati bloccati in casa perché Margherita è stata sui suoi compiti tutto il giorno, dato che non si concentrava a sufficienza da completarli in un tempo ragionevole. Enrico e Francesca hanno giocato tra loro, sono proprio dei bravi bambini e mi pare si siano occupati bene. Io invece ho passato molto tempo al computer a leggere e sentire un po’ di musica. Si potrebbe dire che sia stata una giornata rilassante. E io invece mi sono molto annoiato, ed ho provato anche molta frustrazione per questi giorni liberi, in cui si potrebbero fare tante cose tutti insieme, e che invece mi sembrano sempre un po’ sprecati. Nel tardo pomeriggio, poi, ho sentito Andrea, dato che Stefania mi aveva accennato al fatto che loro avrebbero passato questi ultimi giorni del periodo festivo nella loro casa in montagna, e si era accennato all’eventualità che li andassimo a trovare. Ma poi, parlando con lui, mi sono reso conto che anche loro hanno tanti impegni. Perfino in vacanza: portano le bambine a sciare, e cose simili. E così, quando lui ha proposto che li raggiungessimo per una giornata, ho declinato il suo invito. Mi dispiaceva davvero di perdere un’occasione di vederli, ma nello stesso tempo sentivo che non avrei veramente potuto accettare, senza poi dover passare una giornata che per me sapevo sarebbe stata pesante.

Gli ho spiegato che noi di fatto non andiamo mai a sciare, e in effetti è proprio così. Il punto è che non ci andiamo per due ordini di motivi. Uno è che le due bambine non hanno praticamente nessuna motivazione in tal senso: Margherita soprattutto non ne vuol sapere, e Francesca – per emulazione – nemmeno. Enrico ci andrebbe, ma qui entra il secondo motivo, cioé che non posso dividermi in due per stare sia con l’uno che con le altre. E comunque mi sono accorto in un istante, mentre parlavo con Andrea, di non avere io stesso la forza psicologica di seguire tre bambini nella vestizione e svestizione, nelle prove sulla neve, nelle inevitabili cadute, pianti e scoraggiamenti da consolare, eccetera. Io un tempo avevo, se non sciato, almeno iniziato ad andare a sciare. Mi piaceva l’idea. Poi sei arrivata tu, che rifiutavi lo sci, soprattutto quello di discesa, perché avevi una paura assoluta e irrazionale di cadere, e in particolare di farti male al viso. Avevi accettato di provare con me lo sci di fondo, e avevamo fatto insieme qualche timido tentativo. Ma a te piacevano poco gli sport invernali in generale. E devo ammettere che neanche io avevo una fortissima motivazione. A me piaceva sciare, ma non abbastanza da lasciarti una domenica a casa e andarci da solo. Preferivo stare con te, e così avevo mollato completamente anche io.

Alcuni anni fa, avevamo fatto qualche timidissimo tentativo, proprio con Andrea e la sua famiglia, di mettere gli sci ai piedi dei bambini. Ma non ho dimenticato come, nonostante allora ci fossi tu con noi, fosse stato un grandissimo trambusto, sia nei preparativi che nel corso poi della giornata sulla neve. Ed oggi mi accorgo che ho paura di affrontare da solo una cosa del genere: andare a sciare è macchinoso, prevede pianificazione e rispetto dei tempi, attrezzatura, spostamenti. E noi quattro non siamo bravi ad alzarci presto, a farlo tutti insieme, a farlo nei tempi giusti, e ad uscire di casa in maniera puntuale, soprattutto la mattina presto. Poi siamo anche poco attrezzati, l’abbigliamento da neve lo usiamo così poco che sono quasi certo che ai bambini qualche capo da un anno all’altro non starebbe più, e allora dovrei organizzarmi e andare a comprare quello che serve, e anche questo andrebbe pensato per tempo, non certo un giorno per l’altro. Inoltre non abbiamo mai avuto sci e scarponi, quindi li si dovrebbe affittare. E questo richiederebbe ancora più tempo, e ancora più anticipo rispetto all’ora di partenza da casa e quindi rispetto alla sveglia – tasto dolentissimo soprattutto con le bambine.

Tutti questi pensieri mi si sono presentati alla mente in un solo istante, mentre parlavo al telefono con Andrea. Non mi andava né di impedire loro le loro attività sulla neve, né di parteciparvi, e gliel’ho detto. Ma questo mi ha rinnovato il senso di frustrazione che già avevo provato durante questa giornata vuota. Ho sentito di nuovo quella sensazione, che ogni tanto mi prende da quando tu non ci sei più, di non essere libero, di essere legato da tanti impegni e vincoli. Ho provato il senso di come questi impegni e vincoli mi sovrastino. Ho provato la pesantezza di una responsabilità, tutta caricata su di me, per quattro persone. Ho sentito che, di questi quattro, io sono quello che viene per ultimo, bella.


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