In chiesa

20 novembre 2010

Anche quest’anno siamo stati tutti in chiesa nella ricorrenza di questo giorno. Tu sai che non vado volentieri a queste celebrazioni, intanto perché non sento il bisogno di questi riti per pensarti, per ricordarti. Io ti penso e ti ricordo nel mio cuore ogni volta che voglio. E poi perché ho sempre la sensazione che tutti si credano in dovere di mostrarsi un po’ tristi, o per lo meno compunti, ed assumono certe facce di circostanza, e proprio non me ne pare il caso. Ma questa volta ho evitato la sensazione dell’anno scorso, come di un rinnovo delle condoglianze. E questo grazie al fatto che ci trovavamo in una chiesa diversa, dato che tuo papà ho organizzato nella sua parrocchia invece che nella nostra. Ma anche, in fondo, grazie al nostro arrivo in leggero ritardo, appena dopo che gli altri si erano seduti. Per cui, durante la messa, abbiamo solo scambiato una serie di cenni e di sguardi con tutti gli amici ed i parenti, ed alla sua conclusione ci si è incrociati quasi casualmente all’uscita, e non ho avuto la sensazione che tutti venissero incontro specificamente a noi.


Un anno…

15 novembre 2009

La morte è un mostro,

un mostro che caccia dal gran teatro (della vita)

uno spettatore attento, prima della fine di una

rappresentazione che lo interessa infinitamente”.

– Casanova.

Cara Paola, si sta avvicinando il giorno in cui ci hai lasciato, e leggendo alcuni brani di casanova , mi sono soffermata su queste frasi, perché secondo me rappresentano quello che hai provato negli ultimi giorni della tua dolorosa malattia…


Volevi che io capissi

2 novembre 2009

Un anno fa, questo stesso periodo è stato terribile. Per te e per tutti noi. Allora, insieme, avevamo fatto la scelta di non dare troppe informazioni, troppe preoccupazioni ai nostri piccolini. E abbiamo sbagliato. L’ho capito dopo: avremmo dovuto dar loro almeno qualche elemento su quello che stava capitando. Prepararli.

Sì, ma questo è il senno del poi, ovviamente. Un anno fa, fino agli ultimi giorni, io stesso non ero preparato per niente. Non avevo capito. Tu sì, invece, ne sono convinto. Ma avevi anche capito che io non potevo capire, non potevo accettare la realtà.

Hai tentato di darmi dei segnali, anche espliciti, proprio in questi giorni. Come quando mi avevi chiesto – almeno un paio di volte – di metterci a tavolino per ragionare insieme su come organizzare la nostra vita senza di te. Richiesta che, lo hai visto, mi distruggeva. Richiesta che, te lo dissi, non potevo accettare. Ipotesi, ti dicevo, che non potevo prendere in considerazione. E allora hai rinunciato. Rinunciato quasi a parlarmi, almeno per qualche giorno. Io avevo notato che ti eri rabbuiata, intuivo di aver fatto o detto qualcosa di sbagliato. Ma preferivo pensare che tu fossi triste e depressa per la sofferenza fisica, per le cure che avresti dovuto ancora una volta affrontare. Che tu fossi giù perché ti si prospettava un periodo duro. Ma tu eri pessimista in senso molto più assoluto. Sapevi che il tempo che avevi davanti a te, duro o meno che fosse, comunque non sarebbe stato lungo.

E allora mi avevi lanciato un secondo segnale: mi hai detto, più volte, parlando dei bambini: “Meno male che hanno un bravo papà!”. E io stupido, ancora a non capire. Pensavo che tu volessi solo essere dolce con me, farmi un complimento per consolarmi genericamente. E invece non avevo capito che mi stavi dicendo qualcosa. In modo meno diretto, dato che ti avevo già dimostrato di non poter reggere un parlare più esplicito.

Ma anche a te sfuggiva che, se io non ero stato in grado nè di accettare nè tanto meno di capire quello che mi avevi detto in modo esplicito, come potevo arrivarci con un messaggio indiretto, bella?


Povera ragazza

23 luglio 2009

Povera ragazza! Sì, eri una ragazza: che vuoi che siano 43 anni… che vuoi che siano! Povera ragazza sfortunata! Mi sei stata accanto per meno di diciassette anni. Mi hai accompagnato. E ora sono da solo. Sei stata l’angelo della mia vita. Ciao, bella, ti piango… Mi manchi così tanto… Come farò, senza di te?


Un sogno nel Salento

25 giugno 2009

Ti sto sognando di più, ultimamente, bella. Qualche volta almeno ti rivedo. Sono sempre sogni brevi, mi pare molto simbolici, che mi lasciano con una sensazione di grande gioia, per averti rivista, e insieme con una struggente malinconia, per la consapevolezza di averti persa.

La scorsa notte la situazione era quella di una delle nostre passeggiate serali, per sagre o altro, nel centro storico di un paesino del Salento (forse era Corsano, o Tiggiano?). Eravamo in macchina, presumo a fine serata, in procinto di ritornare a casa. Eravamo solo noi due. Tu eri sul sedile accanto al mio, ed io guidavo. Solo che, nella penombra della notte, non eri ben visibile. Io vedevo la tua sagoma in ombra, e per giunta solo con la coda dell’occhio giacché guidavo. Ad un certo punto, la strada passava tra una piccola chiesa ed una piazzetta alla nostra sinistra, che fungeva da sagrato. Davanti alla chiesa, con una facciata nella classica pietra leccese, c’era una panchina, anch’essa in pietra. Tu mi hai fatto fermare un momento, hai fatto un cenno vago verso la chiesa e la panchina, e mi hai chiesto: “Noi ci siamo già stati qui, è vero?”. Io ti ho risposto di sì. In quello stesso momento mi ero girato verso di te, e la luce di un lampione ha illuminato i tuoi occhi, bellissimi e così tristi. Con quello sguardo, tu me lo hai detto. Lo avevi capito che quello era un commiato. Un commiato anche da quei luoghi che amavi tanto.


Un sogno a Moncalieri

22 giugno 2009

La notte scorsa ti ho sognata, bella. La situazione era quella di quando avevamo lasciato per l’ultima volta la nostra vecchia casa di Moncalieri. Nel sogno, l’appartamento era diverso dalla realtà, e quel poco che se ne vedeva era la porta-finestra del balcone del tinello. La vedevamo da dentro, un po’ controluce. Quindi il resto della casa era come buio. Per questo motivo, anche tu non eri visibile. Era come se io e te fossimo sulla soglia della porta d’uscita, per un ultimo sguardo alla casa che ci aveva visti felici per sette anni. Insieme. Ma se da un lato io sapevo che tu eri accanto a me, non ti vedevo, perché guardavamo entrambi verso questa finestra così luminosa. La sensazione che provavo era di grande malinconia. Quanti simboli, amore mio! Il commiato da un luogo amato. Un commiato da qualcuno che si sta già allontanando, anche da me.

Alla fine siamo usciti entrambi dall’appartamento, per andarcene via. Quindi, ci siamo spostati all’esterno dell’appartamento. La tromba delle scale aveva un aspetto angosciante. Era come se l’appartamento fosse stato all’ultimo piano di un palazzo molto, molto alto (nella realtà tu sai che era al primo piano). Le scale erano una struttura alquanto malandata, traballante e dal sostegno incerto, oltre che buie e inquietanti se si guardava verso il basso. Mentre avevo questa visione delle scale da cui ci accingevamo a scendere, mi sono accorto che tu non eri più con me. Risveglio.


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