28 maggio

28 maggio 2010

Oggi sono rientrato a casa dal lavoro e non c’era nessuno. Non era tanto tardi: essendo venerdì avevo provato ad andare via dal lavoro ad un orario ragionevole. Inoltre, il clima nella giornata era stato abbastanza gradevole: assolato, e però con un’aria non troppo calda. E le giornate si stanno allungando, quindi c’era ancora luce. Non quella luce pienissima dei meriggi estivi (la sera ormai si avvicinava), ma comunque c’era luce. Ce n’era abbastanza perché si notasse, entrando, come le tapparelle semiabbassate rendessero la casa più ombreggiata e fresca. La nostra casa era al suo meglio, nella sua condizione più gradevole e godibile. L’estate, o comunque la bella stagione, è sempre stato il periodo in cui è più accogliente. Arrivando dal caldo della città, già arrivare nei dintorni era un sollievo, con quella differenza di qualche grado in meno che già ristora. Ma l’ingresso in casa è sempre stato il momento più bello, forse perché univa a queste sensazioni di gradevolezza fisica anche il ritorno nel proprio luogo, nel proprio nido. Nel nostro posto.

Ma oggi la casa era vuota. È ormai da molto tempo che rientro in una casa spesso vuota, dovrei esserci abituato. Ed infatti non ho subìto emozioni diverse dal solito. Almeno non a livello cosciente. Ma dopo pochi attimi, ho posato lo sguardo sulla tua foto che mi aspetta sorridente ogni giorno, proprio là nell’ingresso. Ho riguardato il tuo sorriso, che ancora adesso mi accoglie a casa quando arrivo. E poi ho sentito la mia voce che ti stava parlando. Ti parlavo ad alta voce, con naturalezza. Come se tu fossi lì con me in carne ed ossa. Come se tu ci fossi davvero. Come se tu fossi ancora accanto a me. Come se ancora camminassimo insieme nella vita, bella.

Mille altre volte avevo pensato a te, certo. Magari riguardando una tua foto, fosse quella o un’altra. Spesso mi ero rivolto a te, anche, ma sempre solo nei miei pensieri. O al massimo, qualche rara volta, con poche parole sussurrate tra me e me. Ma oggi mi sono ritrovato a parlarti con un tono quasi normale. Quasi come prima.

Oggi è successa questa strana cosa un po’ malinconica. Mentre in un altro 28 maggio siamo stati così felici, insieme. Tu eri così radiosa, quindici anni fa sull’altare. Eri la mia sposa.


I tuoi occhi

4 febbraio 2010

Oggi stavo riguardando le nostre foto, ed ho incrociato i tuoi occhi, bella. Occhi felici in molte immagini. Occhi tristi in altre. Molto spesso ho visto anche le due cose insieme. La tua felicità era autentica, ma a volte era velata da brutti presagi. Non sono solo impressioni che possono venire a chiunque, guardando una foto. Sono cose che so per certo. Molte volte, infatti, mi avevi detto di sentire, di sapere che il tuo male sarebbe ritornato, che tu te lo aspettavi e che speravi soltanto che succedesse il più tardi possibile. Speravi di veder crescere i nostri piccolini. Così chiamavi tu i nostri bambini: i nostri piccolini. Eri triste, ma nel contempo cosciente di avere avuto qualcosa di bello: la tua vita. Una vita di cui eri contenta, me lo hai detto molte volte. E te ne sono riconoscente, è consolante per me saperlo. Sapere che in qualche modo stavi bene, nonostante tutto. Che stavi bene con noi, con me. Che riuscivi ad avere tanta forza anche grazie ad una esistenza piena. Grazie per avermelo detto, sono così felice che tu ti sentissi così! Ma sono anche tanto triste, perché questo significa che la tua perdita è tanto più dura da accettare. È stato durissimo per te, e infatti non sono affatto certo che tu sia riuscita ad accettarla. Ed è durissimo per tutti noi doverla accettare. Ancora adesso, bella.


Il cielo

20 dicembre 2009

Oggi ho ripreso il lavoro di fotoritocco su una tua foto, che secondo me è particolarmente bella, provando a inserirvi come sfondo un bel cielo azzurro e sereno. Poco più tardi, quell’immagine del cielo è comparsa da sola come sfondo sul computer (che imposta uno sfondo casuale ogni qualche minuto). Quell’immagine non compariva da mesi. Curiosa coincidenza.


Due novembre

2 novembre 2009

Ieri era domenica, primo novembre. È novembre. Al pomeriggio, siamo passati a trovarti con i piccolini. Quanti bacini dà Francesca sulla tua foto, ogni volta… E stavolta lo ha fatto anche Enrico. Anche lui, che manifesta i suoi sentimenti un po’ meno delle sue sorelle. Ma sta cambiando. Sta imparando ad abbracciare: per un maschietto, sta diventando a suo modo affettuoso. Margherita, la più riservata, è sicuramente la più conscia della tua perdita. Margherita è quella che ha avuto più a lungo modo di godere della tua presenza, che ti ha conosciuta meglio. È fortunata, per questo, ma non sembra rendersene conto. O forse è semplicemente nella condizione più degli altri di soffrirne, proprio per questo. Enrico ha anche lui qualcosa di te: l’esperienza in famiglia. Infatti, è come te un figlio mediano: nè il più grande, nè  il più piccolo. E poi ha anche lui, come te, un orecchio un po’ a sventola, asimmetrico. Di Francesca, invece, mi si dice che è quella che ti assomiglia di più fisicamente. Pare sia uguale a te, alla stessa età. Sono tutti e tre dei bravi bambini. Non meritano la sfortuna chè è toccata loro…

Stasera ho parlato loro di te. Volevo capire se avevano messo a fuoco il fatto che stiamo arrivando al fatidico anniversario. Che già adesso siamo in quel periodo che, un anno fa, è stato così terribile per te. Per tutti noi. Allora, insieme, avevamo fatto la scelta di non dare loro troppe informazioni, troppe preoccupazioni.

E così abbiamo parlato, ricordato, pianto. I bambini sono coscienti del momento, eccome. E tu manchi tantissimo a tutti. È stato un momento triste. Ma autentico, e nostro. Per cui, anche se domattina si va a scuola, ho poi voluto esaudire un loro desiderio, che mi avevano espresso da tempo: abbiamo riguardato tutti insieme il nostro album di nozze. Margherita lo dovrebbe avere già visto, presumo con te, perché si ricordava di molte foto. E probabilmente anche Enrico, ma non pare ricordarsene, quindi per lui era una specie di “prima volta”. E per Francesca lo era quasi sicuramente. Abbiamo dedicato una buona oretta a guardare ogni singola foto, commentandole e notando le differenze nelle persone, rispetto a come sono oggi. I bambini hanno notato bene come le persone fossero tutte decisamente più giovani. Tu eri bellissima. Io invece, secondo loro, non tanto: pare mi trovino meglio oggi. E poi tutti i parenti ed amici, che loro conoscono tutti o quasi, ma che erano decisamente diversi. Pensa che, proprio mentre guardavamo le foto, ha telefonato Adriana. Ha risposto Enrico, che l’ha salutata e subito le ha detto che cosa stessimo facendo. Poi le ha precisato: “C’eri anche tu, zia, solo che eri molto meno vecchia di adesso!”. Ci siamo fatti tutti una risata. Ma io ho realizzato come loro vedono tutti noi, sostanzialmente: vecchi. Una persona più matura avrebbe ipocritamente detto “più giovane”, ma lui no, ha detto quel che pensava. Vecchi. Ad ogni modo, io ho poi raccontato loro come si era svolta la giornata delle nostre nozze, chi c’era e che cosa abbiamo fatto. Erano molto interessati. Anche per loro questa è storia della famiglia, e giustamente sentono di volerla conoscere. L’ultima foto, alla fine della giornata, è quella di te sempre vestita da sposa, ma con il tuo zainetto rosso che rappresentava il tuo trasloco nella nuova casa, nella nostra nuova vita. La nostra vita insieme, che adesso è già finita. Com’è passato in fretta questo tempo, bella!

Dopo le foto delle nozze, come tu sai, nell’album c’era ancora tanto spazio vuoto, ed avevamo deciso insieme di aggiungere man mano altre foto di noi, dell’evoluzione della nostra famiglia. Una per ogni anno, che chiamavamo “la foto dell’anno”, ti ricordi? Solo che l’ultima era quella del 2007. Di solito sceglievamo una foto della bella stagione, infatti, e perciò questo era un lavoretto che si faceva negli ultimi mesi dell’anno. Solo che nel 2008 non abbiamo fatto in tempo, e quest’anno non l’avevo ancora preso in considerazione. Così, ne abbiamo parlato tutti insieme, e abbiamo deciso di scegliere una foto per l’anno scorso, ed una per questo. Ancora una con te, e poi una senza. Margherita ha detto di aver già pensato alla didascalia per quest’ultima. Vuole parafrasare quella del 2004, in cui sembra che fossimo in quattro, ma tu avevi il pancione, e quindi ci avevi scritto accanto: “Siamo in cinque”. E ora lei vorrebbe scrivere: “Siamo di nuovo in quattro”. Vedremo. Dopo che avremo scelto e inserito queste due foto, ho proposto loro di aggiungere qualcosa di loro, d’ora in avanti, per te. Dei loro disegni, magari. Qualcosa che rimanga, che aiuti a costruire il ricordo del passato che c’è stato, che un po’ deve appartenere anche a loro. E di quello che deve ancora venire.


Reggia di Venaria

30 ottobre 2009

Ci siamo. È il 30 ottobre. Non so veramente il perché, ma il fatto che un anno fa abbiamo fatto quella gita alla Reggia di Venaria mi pare da mesi una ricorrenza importante. Sarà perché lì ti ho fatto alcune tra le migliori foto dell’ultimo periodo? Forse, ma non solo. In anni più lontani, avevamo già visitato la Galleria di Diana, ti ricordi? Ma, dopo la sua tanto pubblicizzata ristrutturazione totale, era da tanto tempo che volevamo ritornarci. Ed avevamo sempre rimandato, come si fa spesso, per tante cose. Ma quella mattina del 30 ottobre 2008 eravamo così giù, tutt’e due… Negli ultimi giorni, tu avevi fatto una serie di esami non banali: ecografie, scintigrafie, TAC alle ossa e al torace. Le ultime due proprio quella mattina. Subito dopo, siamo tornati a casa. Era ancora presto. Ed io ho avuto un’intuizione, ed una volta tanto ho deciso di prendermi qualche ora per stare con te. Ti ho proposto di fare allora quella passeggiata tante volte rimandata.

Non è stata una visita piacevole. Eravamo tutt’e due distratti, soprappensiero. Non ci interessavano poi tanto le cose che vedevamo. E poi, eravamo entrambi d’accordo che l’allestimento degli interni era troppo sbilanciato sugli effetti multimediali, e troppo poco sulla bellezza intrinseca e sulla storia di quei luoghi. Ma la verità era che non eravamo sereni. Tu men che meno. Hai recitato per me. Hai cercato di sorridere. Ti sei lasciata fotografare. Ci siamo fatti fare una foto da una passante, probabilmente una turista tedesca, una ragazza poco esperta di fotografia. Foto tecnicamente mediocre, l’ho rivista stasera. Ma ci siamo noi due, e ne traspare quello che in fondo eravamo: io, uno sciocco che cerca di sorridere in modo sforzato dietro gli occhiali da sole, come fossi in spiaggia. Facevo l’ottimista. E tu, che mi abbracci teneramente, con un sorriso tristissimo. Con un’espressione negli occhi, che dice ciò che tanto spesso mi hai detto in quegli ultimi, faticosi, dolorosi, struggenti giorni: “Non farmi andare via. Tienimi con te”. Erano quelle le tue parole. E io non capivo quanto i tuoi timori fossero fondati. Non capivo quanto avremmo dovuto cercare di… non so neanche io cosa. Di dirci almeno addio come si deve, penso. Quanto vorrei averti detto “ti amo” una volta di più. Un abbraccio in più. Un bacio.

Tutti mi dicono che anche i miei gesti più banali, più quotidiani, ti trasmettevano il mio amore. Che non era necessario parlare. Che lo potevi sentire, capire anche solo dal mio affannarmi per ospedali con te, dal mio correre per farmacie. Forse è vero. Tu eri così in gamba che lo avrai sicuramente capito. Ma quanto vorrei avertelo detto! Averti veramente abbracciata un’altra volta. E invece ti dicevo solo delle sciocchezze sulle cure, sulle medicine da prendere, sulle commissioni da fare. Ti incoraggiavo, certo. Ma tanto era tutto inutile. Inutile, perché era tempo sprecato. Sprecato perché non l’ho usato per dirti il mio amore. Inutile perché tu sapevi che lo era. Inutile perché non è servito, bella.


Filmini

29 ottobre 2009

Stasera ho preso il coraggio a due mani e mi sono messo a curiosare tra le vecchie immagini della nostra famiglia, dei pochi ma magnifici anni passati insieme. Non ero certo di dove sarei riuscito ad arrivare. Ma sapevo per certo che, tra tante foto, avrei trovato soprattutto un filmino del 12 aprile 2006, a cui sto ripensando da mesi. È una di quelle pochissime riprese che abbiamo, in cui ti si vede. Non solo: vi compari abbastanza a lungo. E parli, e racconti. Raccontavi la favola di Cappuccetto Rosso a Francesca. Lei era piccola, e così carina, me la ricordo come fosse ieri. E anche tu lo eri, mentre raccontavi e facevi le vocine dei personaggi, per lei. Ma finora, forse proprio per questo, non avevo osato andare a rivederlo.

Ma, come temevo quando ho iniziato a curiosare tra quelle cose, sono stato preso alla sprovvista. O forse inconsciamente ci speravo. Chissà? Infatti, ho individuato una ripresa che apparentemente aveva Francesca come soggetto. Non era quella di Cappuccetto Rosso, ed era anche più breve. Iniziava con Francesca, ma poi sei apparsa tu! E c’era la tua voce. Per alcuni, interminabili, secondi ho ascoltato quella tua voce. Ed ero incredulo: mi sembrava quasi di non riconoscerla, o meglio la riconoscevo ma mi sembrava diversa. Diversa dal mio ricordo fallibile, che si sta inevitabilmente trasfigurando nella mia memoria, nella mia elaborazione di esso. Ma c’erano i tuoi gesti, i tuoi sguardi. La tua tenerezza verso Francesca. Una tenerezza che causava quelle piccole, inconfondibili, variazioni di timbro che solo una mamma ha. Allora, sei tornata ad essere quella che ricordavo: una donna felice, innamorata della propria vita e della propria famiglia. Eri di nuovo la mamma di Francesca. E di Margherita ed Enrico, ovviamente, anche se loro non comparivano nel filmino. Ed eri la mia compagna di sempre.

Ed è andata così che, alla fine, ho anche osato riguardare, dopo tanta attesa ed esitazione, la favola di Cappuccetto Rosso. Ho cercato la tua voce. La tua voce, che solo pochissime volte sono riuscito a risentire nella mia mente, in questi mesi. La tua voce che faceva le vocine dei personaggi, per Francesca. E stasera, anche per me. Ancora una volta, bella.


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