Oggi, durante il pranzo, ho accennato ai bambini che prossimamente farò un breve viaggio a Londra. Enrico ha reagito prendendosela moltissimo perché, sosteneva, lui non è mai stato all’estero, mentre invece, sempre secondo lui, tutti i suoi compagni di classe sì. Ho cercato di spiegargli che io alla sua età non facevo viaggi di piacere all’estero, eccettuati quelli dai nonni in Lussemburgo, che non sono comunque paragonabili ad altri tipi di viaggi. E che lui e le sue sorelle vanno regolarmente anche loro in vacanza dai nonni e, anche se non sono all’estero, Puglia e Sardegna sono sempre dei bei posti che molte persone gli invidierebbero. E gli ho anche spiegato che i primi viaggi di piacere all’estero io li ho fatti da grande, addirittura dopo essermi laureato, e comunque quando avevo potuto pagarmeli da me. Ma per un po’ non c’è stato niente da fare: sembrava disperato, e c’è voluta moltissima pazienza – con blandizie e minacce – per convincerlo a calmarsi, ed a tornare a tavola con noi. Ho cercato di stargli vicino e farlo riflettere sul fatto che comunque, se nella sua classe ci sono alcuni bambini che “stanno meglio” di lui, magari è perché le loro famiglie si possono permettere qualcosa più di noi. E intanto ce ne sono anche moltissimi altri che hanno molte meno opportunità di lui. E gli ho fatto presente che comunque la sua classe non fa testo rispetto alla maggioranza delle persone. Ma poi stava sostanzialmente facendo un capriccio per avere qualcosa che si era messo in testa di dover avere, e che invece, per la sua età, non è per nulla scontato. Gli ho anche fatto notare che perfino le sue stesse sorelle avevano accettato la notizia del mio viaggio molto più di buon grado di lui. Perfino Francesca, che è più piccola di lui. Poi gli ho riferito che, mentre lui si disperava, Margherita, entusiasta, spiegava a Francesca quante e quali cose divertenti avessero in programma di fare con i loro cugini, alla prossima occasione in cui avrebbero dormito qualche giorno a casa loro. Alla fine si è calmato, ma ha tenuto il broncio ancora per un bel pezzo.
Questa sera, dopo avere fatto una veloce cena a casa di Gina, Enrico ha sentito che parlavo delle prossime volte che Cocca sarà qui da noi, ed è intervenuto chiedendomi come mai io la inviti così spesso. Io gli ho sorriso e gli ho risposto che siamo amici, e che anche io vado a trovarla, a volte. Non è sembrato molto soddisfatto dalla mia risposta, ma subito non ha detto altro. Poco più tardi, in macchina, quando eravamo quasi arrivati a casa nostra, mi ha chiesto a bruciapelo: “Papi, ma tu ami Cocca?”. Io sulle prime mi sono sentito in imbarazzo e ho esitato per un attimo, ma poi ho pensato che era inutile tergiversare o inventare storie. Ho pensato rapidamente che, in fondo, se c’era arrivato da solo, voleva dire che lo poteva capire e che quindi non aveva senso negarlo. Sarebbe stato come nascondersi dietro un dito. E poi, in fondo, era da un po’ che mi aspettavo questo momento. Attendevo il momento in cui questa cosa sarebbe stata innanzi tutto capita e – magari in un secondo tempo – anche accettata dai bambini. Quindi gli ho sorriso ed ho risposto con franchezza. Nel frattempo eravamo arrivati a casa e, scesi dalla macchina, gli ho chiesto se lo avesse pensato oggi. In effetti mi sono rivolto un po’ a tutti e tre, dato che anche le bambine apparivano molto interessate all’argomento. La risposta, che mi è stata data a più voci, è stata che loro se ne erano già accorti da un po’ perché – hanno detto - ”si vede”. Enrico ha precisato che lui lo sospettava da tempo, ma aveva aspettato perché nel frattempo stava “indagando” (sic) per esserne sicuro. Gli ho chiesto che cosa avesse scoperto in queste sue “indagini”, e Margherita è intervenuta dicendomi che Enrico, una volta, le aveva riferito di averci visti che ci baciavamo in cucina.
Ho quindi chiesto a tutti e tre che cosa ne pensassero. Francesca è stata molto positiva: ha detto che Cocca è brava e simpatica, e che lei le vuole tanto bene. Margherita ha detto che anche lei le vuole bene, ma la trova “un po’ troppo premurosa”. Alla mia richiesta di un esempio, mi ha detto che a volte le proibisce loro cose che la mamma le permetteva, come ad esempio andare a giocare d’inverno ai giardinetti. Ha anche teorizzato che Cocca è troppo abituata al caldo del sud, e quindi si spaventerebbe troppo del freddo di qui. Enrico, invece se n’è andato via per conto suo con la faccia scura. Ho lasciato passare qualche minuto, intanto che tutti ci preparavamo per la notte, per poi parlargli. Nel frattempo, Margherita mi ha chiamato da parte per dirmi che Enrico si era appartato in camera sua senza dare spiegazioni, ma borbottando che a lui “questa storia non piace”.
Quando l’ho raggiunto, io non l’ho visto subito e mi sono messo a cercarlo per tutta la sua cameretta, sotto il tavolo e sotto il letto. Ma lui se la rideva nascosto dietro la porta, e tutto sommato questo momento quasi di gioco non previsto ha allentato per un attimo la tensione. Dopo una bella risata liberatoria per entrambi, ci siamo seduti sul suo letto, e gli ho chiesto che cosa gli succedesse. Mi ha risposto che a lui Cocca non è simpatica. A quel punto, mi è sembrato indispensabile chiarirgli che la presenza di lei non toglie nulla al bene che io voglio a tutti loro, e che gliene vorrò sempre. Poi gli ho chiesto di cercare di dirmi cosa non gli piace di Cocca, e non mi ha saputo rispondere. Allora gli ho proposto un paragone con il suo comportamento di stamattina, che a me non era piaciuto, eppure non ha tolto nulla al bene che gli voglio. Se un comportamento, l’atteggiamento di una persona non ci piacciono – gli ho spiegato – bisogna metterli a fuoco, parlarne, razionalizzarli e auspicabilmente superarli insieme. Che non si può rifiutare in blocco qualcuno, ma di ogni persona occorre capire che cosa ci piace e che cosa non ci piace.
Naturalmente immagino che questa sua “antipatia” non sia veramente tale, quanto piuttosto l’espressione di un suo timore che lei mi “porti via” da loro, e ho quindi cercato di tranquillizzarlo anche su questo fronte, e lo farò ancora. Comunque, penso che neanche lui ne sia conscio, e per questo non ho voluto incalzarlo troppo con le mie spiegazioni. L’ho ancora abbracciato e gli ho augurato la buona notte. Speriamo gli porti consiglio.