I grandi non ricevono caramelle

7 gennaio 2012

Siamo appena rientrati a casa dopo aver accompagnato Francesca a Castagnole, per il solito concerto di inizio anno del coro dei bambini. Dei nostri tre, oramai solo lei canta ancora in quel coro, dato che Enrico ha lasciato la scorsa estate e Margherita continua con il coro dei “bambini grandi”, come lo chiamo io. Il vecchio coro, infatti, è stato diviso per fasce d’età, con un’operazione aritmetica di divisione delle famiglie tra i due cori (nel nostro caso la divisione è all’interno dello stesso nucleo familiare) e di moltiplicazione degli impegni di accompagnamento alle prove, concerti, eccetera.

Nel rientrare, ho dovuto affrontare un’importante discussione legata al sentimento di delusione provato da Margherita quando l’assessore comunale ha regalato dei sacchetti di caramelle, innanzi tutto ai bambini del coro (quindi anche a Francesca), poi ad alcuni altri bambini presenti (tra cui Enrico). Ma non a lei, inaudito! E questa sera erano pure caramelle migliori delle volte passate!

Ho mediato un po’, convincendo i suoi fratelli (più piccoli ma a volte più ragionevoli di lei) a dividere le caramelle con lei, dato che due sacchetti sono più che abbondanti per tutti e tre. Ma soprattutto le ho dovuto far notare che neanche gli adulti ne avevano ricevute, e così ormai sempre più spesso accadrà anche per lei, dato che è cresciuta, e sicuramente le persone non la vedono più come una “bambina piccola”. Ci sono vantaggi e svantaggi, nel crescere, e lei questo deve ancora acquisirlo come fatto della propria realtà, bella.


Enrico la sa lunga… ma non troppo

18 dicembre 2011

Questo pomeriggio Enrico è venuto a dirmi, con l’aria un po’ complice di chi la sa lunga, che lui non crede più a Babbo Natale. Solo che (come fa spesso), ha omesso di valutare la situazione nel suo insieme, e soprattutto l’opportunità di parlarne in quel momento. Infatti, a pochi metri da noi, c’erano le sue sorelle ed in particolare Francesca!

Ho subito tratto da una parte Enrico, e ho cercato di spiegargli che lui può decidere di credere o non credere a quello che vuole, come tutti peraltro. Ma Francesca è ancora piccola ed è meglio che non le arrivino “suggerimenti” che potrebbero distruggere quello che è ancora un suo piccolo sogno. Quanto a Margherita, penso che lei ormai sappia come stanno le cose, ma non è mai venuta a farmi un discorso del genere. Secondo me ha capito benissimo tutto anche lei, ma ha anche realizzato che le conviene continuare a ricevere i regali da Babbo Natale!

Tornando ad Enrico, gli ho anche chiesto come mai lui non creda più a Babbo Natale, e la sua motivazione è stata l’avermi visto, questa mattina, preparare dei pacchetti, da cui ha desunto che sono io a fare i regali. Io però gli ho spiegato che questo non dimostra nulla, dato che, come lui sa benissimo, io effettivamente faccio dei regali, sia a loro tre che ad altre persone, in particolare ai bambini dei nostri amici. Ma i regali di Babbo Natale sono sempre stati altri, non quelli che faccio io. E lui ha dovuto riconoscere che di solito riceve un regalo da me e uno da Babbo Natale, quindi in fondo la sua osservazione non aveva dimostrato niente!

In più, lui ovviamente non lo sa ancora, ma quest’anno il regalo che riceverà da Babbo Natale è proprio quello che lui aveva chiesto nella sua letterina (una pistola che spara dei gommini).

Tu lo sai, io non ho mai apprezzato i giocattoli che imitano le armi, ma questo mi era parso abbastanza innocuo, ed inoltre è proprio quello che aveva chiesto lui. Per cui, dopo questa conversazione, stasera ho aggiunto al regalo un bigliettino di accompagnamento che diceva:

Caro Enrico, spero che questo sia proprio il regalo che volevi. E ricordati che, anche se tu non credi più tanto in me, io crederò sempre in te!
Tanti auguri,
Babbo Natale (Oh, oh, oh, oh, oh!)

Un piccolo scherzo che forse aiuterà Enrico a mantenere viva la magia di Babbo Natale ancora per un anno, bella!


Ancora confronti

4 febbraio 2011

Stasera, al momento della buona notte, Margherita mi ha chiesto come ho conosciuto Cocca. Me lo ha chiesto molto serenamente, era addirittura di buon umore, e sorrideva. Aveva una semplice curiosità. E così le ho un po’ raccontato di come ci siamo conosciuti, ho spiegato che ci vogliamo bene e che stiamo bene insieme. Dopo un po’, mi ha chiesto anche se adesso io voglia bene a lei al posto tuo.

Allora le ho spiegato che a Cocca voglio bene, ma che non dimentico la loro mamma. Che tu sei stata davvero importante nella mia vita, anche se solo per diciassette anni. Abbiamo anche considerato entrambi che diciassette anni non sono poi molti. Ma nonostante questo e anzi proprio per questo, le ho spiegato che ti ho amata tanto davvero, perché sei stata la mia compagna e la madre di loro tre bambini, e che vivrai sempre nel mio cuore, così come nel loro.

A questo punto ci siamo commossi tutti e due. Francesca, intanto, dal suo lettino, ascoltava quello che ci dicevamo, e ho sentito che anche lei singhiozzava. Ho consolato entrambe, spiegando che tutti sappiamo che Cocca non è la loro mamma, e però li ama ugualmente. Che vuol bene a tutti e tre loro, oltre che a me. Che non devono temere che prenda il posto della loro mamma, ma semmai che è bello avere una persona in più che li ami. Mi pare che abbiano capito e condiviso questo punto di vista, e si sono tranquillizzate e addormentate in fretta tutte e due. La notte è passata serenamente, bella.


Un pomeriggio in casa

7 gennaio 2011

Questo pomeriggio abbiamo riguardato tutti insieme l’album delle foto del nostro matrimonio – esclusa Margherita, che ha fatto compiti per tutto il giorno. E non perché ne avesse tanti, ma a causa della sua scarsissima concentrazione. Francesca ogni tanto mi chiede di rivedere l’album e nei giorni scorsi lo aveva chiesto alcune volte, così oggi l’ho accontentata.

Un po’ più tardi, mentre eravamo a tavola per la cena, sempre Francesca mi ha chiesto se adesso Cocca ed io ci potremmo sposare. Io le ho risposto di sì, che eventualmente potremmo. Lei ci ha pensato un attimo, e poi ha ribattuto che lei a Cocca vuole bene, ma comunque ne vuole di più a sua mamma. Ho commentato che questo è normale e giusto, che nessuno può essere la stessa cosa della sua mamma. Ma le ho anche detto che una persona in più che le vuole bene, e alla quale voler bene, non è in alternativa alla mamma, non toglie ma anzi aggiunge qualcosa nella sua vita.

Enrico è intervenuto dicendo che, qualora ci sposassimo, uno di noi due perderebbe il lavoro, perché ad esempio Cocca dovrebbe venire a vivere qui con noi. Io mi sono fatto una risata e con tono scherzoso ho accennato che, in alternativa, potrei essere io a trasferirmi da lei. Lui ha fatto una faccia meravigliata e dispiaciuta, dicendo “Nooo!”, ma io non ho mai smesso di sorridere, e gli ho subito detto che non sarà così, rassicurandolo. Si è subito tranquillizzato, ma forse era una battuta eccessiva, mi dispiace di averlo un po’ spaventato. Però gli ho anche immediatamente fatto capire che scherzavo.

Margherita è intervenuta chiedendomi chi, secondo me, fosse più bella tra la mamma e Cocca, e però a questa domanda ho risposto che non trovo mai giusto fare di questi confronti. Ma trovo positivo che riusciamo a parlare tutto sommato molto serenamente anche di queste cose. Siamo sempre molto uniti, e i bambini, crescendo, stanno maturando. Io farò di tutto perché ciò avvenga senza troppi traumi, bella.


Una giornata festiva

7 gennaio 2011

Ieri abbiamo passato tutta la giornata in casa, ma era una cosa che io stesso avevo previsto e voluto, dato che ho invitato Adriana e la sua famiglia, e tuo padre. Oggi, se si escludono alcuni lavori in giardino che ho fatto nel pomeriggio, siamo di nuovo stati bloccati in casa perché Margherita è stata sui suoi compiti tutto il giorno, dato che non si concentrava a sufficienza da completarli in un tempo ragionevole. Enrico e Francesca hanno giocato tra loro, sono proprio dei bravi bambini e mi pare si siano occupati bene. Io invece ho passato molto tempo al computer a leggere e sentire un po’ di musica. Si potrebbe dire che sia stata una giornata rilassante. E io invece mi sono molto annoiato, ed ho provato anche molta frustrazione per questi giorni liberi, in cui si potrebbero fare tante cose tutti insieme, e che invece mi sembrano sempre un po’ sprecati. Nel tardo pomeriggio, poi, ho sentito Andrea, dato che Stefania mi aveva accennato al fatto che loro avrebbero passato questi ultimi giorni del periodo festivo nella loro casa in montagna, e si era accennato all’eventualità che li andassimo a trovare. Ma poi, parlando con lui, mi sono reso conto che anche loro hanno tanti impegni. Perfino in vacanza: portano le bambine a sciare, e cose simili. E così, quando lui ha proposto che li raggiungessimo per una giornata, ho declinato il suo invito. Mi dispiaceva davvero di perdere un’occasione di vederli, ma nello stesso tempo sentivo che non avrei veramente potuto accettare, senza poi dover passare una giornata che per me sapevo sarebbe stata pesante.

Gli ho spiegato che noi di fatto non andiamo mai a sciare, e in effetti è proprio così. Il punto è che non ci andiamo per due ordini di motivi. Uno è che le due bambine non hanno praticamente nessuna motivazione in tal senso: Margherita soprattutto non ne vuol sapere, e Francesca – per emulazione – nemmeno. Enrico ci andrebbe, ma qui entra il secondo motivo, cioé che non posso dividermi in due per stare sia con l’uno che con le altre. E comunque mi sono accorto in un istante, mentre parlavo con Andrea, di non avere io stesso la forza psicologica di seguire tre bambini nella vestizione e svestizione, nelle prove sulla neve, nelle inevitabili cadute, pianti e scoraggiamenti da consolare, eccetera. Io un tempo avevo, se non sciato, almeno iniziato ad andare a sciare. Mi piaceva l’idea. Poi sei arrivata tu, che rifiutavi lo sci, soprattutto quello di discesa, perché avevi una paura assoluta e irrazionale di cadere, e in particolare di farti male al viso. Avevi accettato di provare con me lo sci di fondo, e avevamo fatto insieme qualche timido tentativo. Ma a te piacevano poco gli sport invernali in generale. E devo ammettere che neanche io avevo una fortissima motivazione. A me piaceva sciare, ma non abbastanza da lasciarti una domenica a casa e andarci da solo. Preferivo stare con te, e così avevo mollato completamente anche io.

Alcuni anni fa, avevamo fatto qualche timidissimo tentativo, proprio con Andrea e la sua famiglia, di mettere gli sci ai piedi dei bambini. Ma non ho dimenticato come, nonostante allora ci fossi tu con noi, fosse stato un grandissimo trambusto, sia nei preparativi che nel corso poi della giornata sulla neve. Ed oggi mi accorgo che ho paura di affrontare da solo una cosa del genere: andare a sciare è macchinoso, prevede pianificazione e rispetto dei tempi, attrezzatura, spostamenti. E noi quattro non siamo bravi ad alzarci presto, a farlo tutti insieme, a farlo nei tempi giusti, e ad uscire di casa in maniera puntuale, soprattutto la mattina presto. Poi siamo anche poco attrezzati, l’abbigliamento da neve lo usiamo così poco che sono quasi certo che ai bambini qualche capo da un anno all’altro non starebbe più, e allora dovrei organizzarmi e andare a comprare quello che serve, e anche questo andrebbe pensato per tempo, non certo un giorno per l’altro. Inoltre non abbiamo mai avuto sci e scarponi, quindi li si dovrebbe affittare. E questo richiederebbe ancora più tempo, e ancora più anticipo rispetto all’ora di partenza da casa e quindi rispetto alla sveglia – tasto dolentissimo soprattutto con le bambine.

Tutti questi pensieri mi si sono presentati alla mente in un solo istante, mentre parlavo al telefono con Andrea. Non mi andava né di impedire loro le loro attività sulla neve, né di parteciparvi, e gliel’ho detto. Ma questo mi ha rinnovato il senso di frustrazione che già avevo provato durante questa giornata vuota. Ho sentito di nuovo quella sensazione, che ogni tanto mi prende da quando tu non ci sei più, di non essere libero, di essere legato da tanti impegni e vincoli. Ho provato il senso di come questi impegni e vincoli mi sovrastino. Ho provato la pesantezza di una responsabilità, tutta caricata su di me, per quattro persone. Ho sentito che, di questi quattro, io sono quello che viene per ultimo, bella.


Viaggi e timori

5 gennaio 2011

Oggi, durante il pranzo, ho accennato ai bambini che prossimamente farò un breve viaggio a Londra. Enrico ha reagito prendendosela moltissimo perché, sosteneva, lui non è mai stato all’estero, mentre invece, sempre secondo lui, tutti i suoi compagni di classe sì. Ho cercato di spiegargli che io alla sua età non facevo viaggi di piacere all’estero, eccettuati quelli dai nonni in Lussemburgo, che non sono comunque paragonabili ad altri tipi di viaggi. E che lui e le sue sorelle vanno regolarmente anche loro in vacanza dai nonni e, anche se non sono all’estero, Puglia e Sardegna sono sempre dei bei posti che molte persone gli invidierebbero. E gli ho anche spiegato che i primi viaggi di piacere all’estero io li ho fatti da grande, addirittura dopo essermi laureato, e comunque quando avevo potuto pagarmeli da me. Ma per un po’ non c’è stato niente da fare: sembrava disperato, e c’è voluta moltissima pazienza – con blandizie e minacce – per convincerlo a calmarsi, ed a tornare a tavola con noi. Ho cercato di stargli vicino e farlo riflettere sul fatto che comunque, se nella sua classe ci sono alcuni bambini che “stanno meglio” di lui, magari è perché le loro famiglie si possono permettere qualcosa più di noi. E intanto ce ne sono anche moltissimi altri che hanno molte meno opportunità di lui. E gli ho fatto presente che comunque la sua classe non fa testo rispetto alla maggioranza delle persone. Ma poi stava sostanzialmente facendo un capriccio per avere qualcosa che si era messo in testa di dover avere, e che invece, per la sua età, non è per nulla scontato. Gli ho anche fatto notare che perfino le sue stesse sorelle avevano accettato la notizia del mio viaggio molto più di buon grado di lui. Perfino Francesca, che è più piccola di lui. Poi gli ho riferito che, mentre lui si disperava, Margherita, entusiasta, spiegava a Francesca quante e quali cose divertenti avessero in programma di fare con i loro cugini, alla prossima occasione in cui avrebbero dormito qualche giorno a casa loro. Alla fine si è calmato, ma ha tenuto il broncio ancora per un bel pezzo.

Questa sera, dopo avere fatto una veloce cena a casa di Gina, Enrico ha sentito che parlavo delle prossime volte che Cocca sarà qui da noi, ed è intervenuto chiedendomi come mai io la inviti così spesso. Io gli ho sorriso e gli ho risposto che siamo amici, e che anche io vado a trovarla, a volte. Non è sembrato molto soddisfatto dalla mia risposta, ma subito non ha detto altro. Poco più tardi, in macchina, quando eravamo quasi arrivati a casa nostra, mi ha chiesto a bruciapelo: “Papi, ma tu ami Cocca?”. Io sulle prime mi sono sentito in imbarazzo e ho esitato per un attimo, ma poi ho pensato che era inutile tergiversare o inventare storie. Ho pensato rapidamente che, in fondo, se c’era arrivato da solo, voleva dire che lo poteva capire e che quindi non aveva senso negarlo. Sarebbe stato come nascondersi dietro un dito. E poi, in fondo, era da un po’ che mi aspettavo questo momento. Attendevo il momento in cui questa cosa sarebbe stata innanzi tutto capita e – magari in un secondo tempo – anche accettata dai bambini. Quindi gli ho sorriso ed ho risposto con franchezza. Nel frattempo eravamo arrivati a casa e, scesi dalla macchina, gli ho chiesto se lo avesse pensato oggi. In effetti mi sono rivolto un po’ a tutti e tre, dato che anche le bambine apparivano molto interessate all’argomento. La risposta, che mi è stata data a più voci, è stata che loro se ne erano già accorti da un po’ perché – hanno detto - ”si vede”. Enrico ha precisato che lui lo sospettava da tempo, ma aveva aspettato perché nel frattempo stava “indagando” (sic) per esserne sicuro. Gli ho chiesto che cosa avesse scoperto in queste sue “indagini”, e Margherita è intervenuta dicendomi che Enrico, una volta, le aveva riferito di averci visti che ci baciavamo in cucina.

Ho quindi chiesto a tutti e tre che cosa ne pensassero. Francesca è stata molto positiva: ha detto che Cocca è brava e simpatica, e che lei le vuole tanto bene. Margherita ha detto che anche lei le vuole bene, ma la trova “un po’ troppo premurosa”. Alla mia richiesta di un esempio, mi ha detto che a volte le proibisce loro cose che la mamma le permetteva, come ad esempio andare a giocare d’inverno ai giardinetti. Ha anche teorizzato che Cocca è troppo abituata al caldo del sud, e quindi si spaventerebbe troppo del freddo di qui. Enrico, invece se n’è andato via per conto suo con la faccia scura. Ho lasciato passare qualche minuto, intanto che tutti ci preparavamo per la notte, per poi parlargli. Nel frattempo, Margherita mi ha chiamato da parte per dirmi che Enrico si era appartato in camera sua senza dare spiegazioni, ma borbottando che a lui “questa storia non piace”.

Quando l’ho raggiunto, io non l’ho visto subito e mi sono messo a cercarlo per tutta la sua cameretta, sotto il tavolo e sotto il letto. Ma lui se la rideva nascosto dietro la porta, e tutto sommato questo momento quasi di gioco non previsto ha allentato per un attimo la tensione. Dopo una bella risata liberatoria per entrambi, ci siamo seduti sul suo letto, e gli ho chiesto che cosa gli succedesse. Mi ha risposto che a lui Cocca non è simpatica. A quel punto, mi è sembrato indispensabile chiarirgli che la presenza di lei non toglie nulla al bene che io voglio a tutti loro, e che gliene vorrò sempre. Poi gli ho chiesto di cercare di dirmi cosa non gli piace di Cocca, e non mi ha saputo rispondere. Allora gli ho proposto un paragone con il suo comportamento di stamattina, che a me non era piaciuto, eppure non ha tolto nulla al bene che gli voglio. Se un comportamento, l’atteggiamento di una persona non ci piacciono – gli ho spiegato – bisogna metterli a fuoco, parlarne, razionalizzarli e auspicabilmente superarli insieme. Che non si può rifiutare in blocco qualcuno, ma di ogni persona occorre capire che cosa ci piace e che cosa non ci piace.

Naturalmente immagino che questa sua “antipatia” non sia veramente tale, quanto piuttosto l’espressione di un suo timore che lei mi “porti via” da loro, e ho quindi cercato di tranquillizzarlo anche su questo fronte, e lo farò ancora. Comunque, penso che neanche lui ne sia conscio, e per questo non ho voluto incalzarlo troppo con le mie spiegazioni. L’ho ancora abbracciato e gli ho augurato la buona notte. Speriamo gli porti consiglio.


Saper tagliare il pane

30 novembre 2010

Stasera eravamo a tavola tutti insieme. Era con noi anche il mio amico Luigi. Mentre tagliavo qualche fetta di pane, mi è venuto in mente il modo di dire tedesco che ci diceva mia mamma da piccoli: “quando uno sa tagliare il pane, può sposarsi”. L’ho raccontato, e allora Enrico ha detto che lui sa tagliarlo, quindi potrebbe sposarsi! Margherita, invece, ha constatato in modo più neutro di non saperlo tagliare e che quindi lei non potrebbe. Allora, ho fatto notare che io lo stavo appunto tagliando, e quindi potrei sposarmi. Luigi allora ha colto l’occasione per suggerire ai bambini la domanda: “Ma allora papà può sposarsi?”. Margherita ed Enrico hanno risposto con una certa enfasi che no, io non potrei perché secondo loro lo sono già (non hanno detto “lo è ancora”, hanno detto proprio “lo è già”). Francesca si è mostrata più concessiva…


In colpa per un film

29 novembre 2010

Ieri pomeriggio mi era venuto il desiderio di andare al cinema a vedere un film che mi attirava, ma che non era interessante per i bambini. Allora ho chiesto aiuto ad Andrea ed Elena, e ho accompagnato da loro i piccolini, che hanno accettato di buon grado di andare a giocare per un po’ dalle loro amichette . Dopo un paio d’ore, sono ritornato e mi sono fermato un po’ a chiacchierare con Andrea. Intanto i bambini continuavano a giocare. In particolare, Daniela e Francesca correvano su e giù per le scale, dato che Elena se ne stava al piano di sopra a fare dei lavori di casa. Una tranquilla domenica pomeriggio in famiglia.

Andrea ed io eravamo tranquillamente seduti al tavolo quando, ad un certo punto, è arrivato da me Enrico che, con aria trafelata, mi ha annunciato che Francesca era caduta per le scale, e che si era “fatta male alla spina dorsale” (sic). Non posso descrivere l’ansia che mi ha preso in quel momento, di fronte a un’affermazione così grave! Mi sono alzato con gran foga, ma sono inciampato tra la gamba della sedia e quella del tavolo, cadendo anche io come un salame, per giunta sulla stufa! Fortunatamente la stufa non era troppo calda: durante la caduta, mi ero già immaginato trauma e ustione, ma mi sono almeno risparmiato la seconda. Mi sono quindi rialzato, e precipitato su per le scale, dove ho trovato Francesca in lacrime. Per fortuna aveva solo un’escoriazione, anche se proprio al centro della schiena. Ma non era nulla di grave, ed Elena gliela stava già medicando. Ho consolato Francesca, e pian piano ci siamo rimessi in strada per tornarcene a casa nostra, non proprio di buon umore.

Per fortuna è andata bene, ma io mi sono sentito in colpa. Ho pensato che se io non avessi avuto il desiderio di andare al cinema, a Francesca non sarebbe successo nulla. E poi mi sono chiesto soprattutto come mi sarei sentito, nel malaugurato caso che si fosse fatta davvero male in modo grave. Questo tipo di circostanze mi fanno sentire forte il peso della responsabilità, e anche il senso di quanto poco io sia libero di vivere una vita mia, bella.


Omero on stage

27 ottobre 2010

Stasera quando sono rientrato a casa, i bambini cantavano tutti insieme una canzone che non conoscevo, ma la cui melodia mi sembrava molto teatrale, quasi fosse una canzone tratta da un musical. Almeno, questa è stata la mia impressione. Poi, risentendola (i bambini spesso sono un po’ ripetitivi), ho fatto attenzione alle parole, e mi sono risultate familiari, già sentite. E dopo un po’, finalmente ho realizzato che si trattava dell’incipit dell’Iliade!

Margherita mi ha spiegato che la stanno studiando a scuola, in Epica. Ed in effetti è vero: alle scuole medie si fanno queste materie, anche se io non c’ero abituato, fintantoché frequentava la scuola elementare. Insomma, Margherita si era inventata la musica e la cantava come una canzone, per aiutarsi a mandarla a memoria. E quanto è stato efficace, questo suo metodo! Alla fine, la stanno imparando a memoria anche Enrico e Francesca, non solo Margherita! Lei ha inventato una melodia così carina e orecchiabile che li ha trascinati come in un gioco, in questo suo studio. E inoltre la sua canzone mi sembra anche molto adatta a una messa in scena teatrale – e gliel’ho detto. Chissà, forse un giorno potrebbero, tutti e tre insieme, diventare degli autori di musical. Che bambini in gamba, eh, bella?


Siamo diventati bravi

26 ottobre 2010

Siamo diventati bravi a prepararci la sera per andare a dormire. Siamo diventati bravi anche ad alzarci per tempo e a prepararci per uscire la mattina, quando si deve correre per recarsi a scuola e al lavoro. Margherita, adesso che è alle medie, esce addirittura da sola, e da sola se ne va da Maria Letizia, che poi l’accompagna a scuola insieme a Eleonora. E tutto questo una buona mezz’ora prima dell’orario in cui eravamo abituati ad uscire per andare alla scuola elementare. Di conseguenza, anche Enrico e Francesca sono più mattinieri, dato che più o meno ci si alza tutti insieme — ma Francesca è sempre un po’ più dormigliona.

Siamo diventati bravi. Perfino più bravi di quando c’eri tu. E non è certo per metterci a confronto che lo sottolineo, è solo un dato di fatto. Siamo più bravi perché siamo obbligati. Siamo più bravi perché, dovendo fare tutto con meno aiuto, abbiamo imparato a farlo più in fretta. Facciamo le cose in modo più efficiente.

Siamo diventati bravi. Siamo concentrati e veloci, ma abbiamo perso qualcosa. Abbiamo perso un po’ di dolcezza. Quella dolcezza che solo una mamma sa esprimere, nel modo in cui sveglia i suoi bambini e riesce a farli alzare, anche se deve insistere un po’. Abbiamo tutti perso la tua dolcezza, bella.


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