Una giornata festiva

7 gennaio 2011

Ieri abbiamo passato tutta la giornata in casa, ma era una cosa che io stesso avevo previsto e voluto, dato che ho invitato Adriana e la sua famiglia, e tuo padre. Oggi, se si escludono alcuni lavori in giardino che ho fatto nel pomeriggio, siamo di nuovo stati bloccati in casa perché Margherita è stata sui suoi compiti tutto il giorno, dato che non si concentrava a sufficienza da completarli in un tempo ragionevole. Enrico e Francesca hanno giocato tra loro, sono proprio dei bravi bambini e mi pare si siano occupati bene. Io invece ho passato molto tempo al computer a leggere e sentire un po’ di musica. Si potrebbe dire che sia stata una giornata rilassante. E io invece mi sono molto annoiato, ed ho provato anche molta frustrazione per questi giorni liberi, in cui si potrebbero fare tante cose tutti insieme, e che invece mi sembrano sempre un po’ sprecati. Nel tardo pomeriggio, poi, ho sentito Andrea, dato che Stefania mi aveva accennato al fatto che loro avrebbero passato questi ultimi giorni del periodo festivo nella loro casa in montagna, e si era accennato all’eventualità che li andassimo a trovare. Ma poi, parlando con lui, mi sono reso conto che anche loro hanno tanti impegni. Perfino in vacanza: portano le bambine a sciare, e cose simili. E così, quando lui ha proposto che li raggiungessimo per una giornata, ho declinato il suo invito. Mi dispiaceva davvero di perdere un’occasione di vederli, ma nello stesso tempo sentivo che non avrei veramente potuto accettare, senza poi dover passare una giornata che per me sapevo sarebbe stata pesante.

Gli ho spiegato che noi di fatto non andiamo mai a sciare, e in effetti è proprio così. Il punto è che non ci andiamo per due ordini di motivi. Uno è che le due bambine non hanno praticamente nessuna motivazione in tal senso: Margherita soprattutto non ne vuol sapere, e Francesca – per emulazione – nemmeno. Enrico ci andrebbe, ma qui entra il secondo motivo, cioé che non posso dividermi in due per stare sia con l’uno che con le altre. E comunque mi sono accorto in un istante, mentre parlavo con Andrea, di non avere io stesso la forza psicologica di seguire tre bambini nella vestizione e svestizione, nelle prove sulla neve, nelle inevitabili cadute, pianti e scoraggiamenti da consolare, eccetera. Io un tempo avevo, se non sciato, almeno iniziato ad andare a sciare. Mi piaceva l’idea. Poi sei arrivata tu, che rifiutavi lo sci, soprattutto quello di discesa, perché avevi una paura assoluta e irrazionale di cadere, e in particolare di farti male al viso. Avevi accettato di provare con me lo sci di fondo, e avevamo fatto insieme qualche timido tentativo. Ma a te piacevano poco gli sport invernali in generale. E devo ammettere che neanche io avevo una fortissima motivazione. A me piaceva sciare, ma non abbastanza da lasciarti una domenica a casa e andarci da solo. Preferivo stare con te, e così avevo mollato completamente anche io.

Alcuni anni fa, avevamo fatto qualche timidissimo tentativo, proprio con Andrea e la sua famiglia, di mettere gli sci ai piedi dei bambini. Ma non ho dimenticato come, nonostante allora ci fossi tu con noi, fosse stato un grandissimo trambusto, sia nei preparativi che nel corso poi della giornata sulla neve. Ed oggi mi accorgo che ho paura di affrontare da solo una cosa del genere: andare a sciare è macchinoso, prevede pianificazione e rispetto dei tempi, attrezzatura, spostamenti. E noi quattro non siamo bravi ad alzarci presto, a farlo tutti insieme, a farlo nei tempi giusti, e ad uscire di casa in maniera puntuale, soprattutto la mattina presto. Poi siamo anche poco attrezzati, l’abbigliamento da neve lo usiamo così poco che sono quasi certo che ai bambini qualche capo da un anno all’altro non starebbe più, e allora dovrei organizzarmi e andare a comprare quello che serve, e anche questo andrebbe pensato per tempo, non certo un giorno per l’altro. Inoltre non abbiamo mai avuto sci e scarponi, quindi li si dovrebbe affittare. E questo richiederebbe ancora più tempo, e ancora più anticipo rispetto all’ora di partenza da casa e quindi rispetto alla sveglia – tasto dolentissimo soprattutto con le bambine.

Tutti questi pensieri mi si sono presentati alla mente in un solo istante, mentre parlavo al telefono con Andrea. Non mi andava né di impedire loro le loro attività sulla neve, né di parteciparvi, e gliel’ho detto. Ma questo mi ha rinnovato il senso di frustrazione che già avevo provato durante questa giornata vuota. Ho sentito di nuovo quella sensazione, che ogni tanto mi prende da quando tu non ci sei più, di non essere libero, di essere legato da tanti impegni e vincoli. Ho provato il senso di come questi impegni e vincoli mi sovrastino. Ho provato la pesantezza di una responsabilità, tutta caricata su di me, per quattro persone. Ho sentito che, di questi quattro, io sono quello che viene per ultimo, bella.


Un anno dopo

20 novembre 2009

Oggi ho cercato di far passare una buona serata ai bambini. E a me stesso. Volevo che fosse una maniera di ricordarti, ma volevo anche che fosse senza tristezza. Abbiamo già pianto tanto, nei mesi passati…

Ho pensato di preparare una cena un po’ speciale. E lo è stata, almeno rispetto a come sono le nostre cene ultimamente. In realtà, era molto simile a tante cenette che tu ci preparavi spesso, semplici e gradevoli. E non a caso ho voluto che fosse così: era un modo per sentire la tua presenza, qui con noi. Tu avevi sempre delle buone idee, uno spunto carino nelle decorazioni della tavola e della casa. E una piccola coccola per la gola di ciascuno. E poi ho pensato di coinvolgere i piccolini nella sua preparazione: per loro un divertimento, per tutti un modo per stare insieme un po’ di più.

Abbiamo preparato la pizza, e della mousse al cioccolato. Ed abbiamo acceso delle candele. Non lo avevamo più fatto da tanto tempo. Forse non lo avevamo mai fatto senza di te. A te piacevano, e l’ho ricordato ai bambini. Margherita ha sorriso e mi ha risposto che anche a lei piacciono molto. Abbiamo commentato che portano un piccolo anticipo di atmosfera natalizia, perché questo periodo dell’anno, così buio e triste, è rischiarato un po’ dal calore di quelle piccole fiamme vive.

Dopo cena, abbiamo guardato insieme un cartone animato. Ed aggiornato il nostro album con la foto dell’anno. Sia quella del 2008, che non avevamo fatto in tempo a mettere con te. sia quella per il 2009. I bambini avevano preparato un disegno corale, fatto tutti insieme. Abbiamo aggiunto anche quello. Rappresenta un paesaggio con terra, mare e cielo. È per te, bella.


Presagio di primavera

11 febbraio 2009

Questo lunedì sono passato a trovarti, bella. Finalmente ho potuto mettere piede vicino a te, starti accanto un pochino, parlarti da vicino. La terra era ancora nuda e umida per l’inclemenza del tempo, ma presto ci saranno dei bei fiori a tenerti un po’ di compagnia.

Dopo settimane di bianco e gelo intorno a noi, stamattina il prato sotto casa per la prima volta non era coperto né di neve né di brina. L’erbetta seminata ad ottobre è già verde e folta, nonostante tutte queste prove. Penso che il nostro bel giardino tornerà a verdeggiare anche in questa nuova bella stagione che si annuncia. Ti ricordi? Il mese di febbraio era per noi sempre un momento così bello, nell’anno! L’ultimo scorcio d’inverno, prima ancora di un presagio di primavera. Un momento di speranza per la vita nella natura, con il ritorno di un po’ di tepore del sole al mattino, che filtra attraverso la finestra della cucina, e si mischia con i primi rumori della casa, con il profumo del caffè. Il caffè, che ho imparato da te ad apprezzare…

Domenica ho potato le rose e le ortensie. Le rose, che amavamo tanto, al punto da traslocarle piuttosto che perderle, quando abbiamo fatto i lavori in giardino… E le ortensie, che ti piacevano tanto… e a me un po’ meno. Ma tu mi avevi insegnato a vederne la bellezza: ancora una cosa che ho imparato da te… Grazie, bella! grazie ancora per la poesia, per la bellezza, la tua e quella che sapevi vedere nelle cose semplici della vita, quella che i tuoi occhi così acuti vedevano prima e meglio di tutti, e che mi svelavi, aiutandomi a scorgerla, prendendomi per mano quando non la riconoscevo da solo.

Avrei voluto fare prima quel lavoretto di potatura, ma nei week-end delle scorse settimane faceva così freddo che non me la ero sentita. Solo, spero di non essere arrivato tardi, dato che tutte le piante avevano già delle gemme, e sono stato costretto ad eliminarne qualcuna, sui rami troppo lunghi: quante energie vitali sprecate! È così bella e grande la vita, pure in dettagli così minuti. E quando riparte, la natura è così possente e veloce: bastano pochi giorni di sole tiepido, e la vita ricomincia…

Forse sta finendo questo lungo, freddo, grigio e triste inverno!


Il nostro Capodanno

2 gennaio 2009

Nothing Gold Can Stay

Nothing Gold Can Stay

È il due gennaio, bella, il nostro Capodanno. Oggi sono diciassette anni che avevamo deciso di unire le nostre strade. Ci è stato dato così poco tempo, da allora, anche se abbiamo costruito tante cose insieme. Mi ricordo come fosse ieri delle nostre lunghe passeggiate torinesi, che in quel pomeriggio ci hanno condotto alla Fontana dei Dodici Mesi, mi ricordo di quelle parole timide che ci siamo scambiati, come delle promesse sul futuro. E mi ricordo che allora il buio della sera non sembrava ostile, il freddo dell’inverno non si intrufolava nell’anima, il nostro tempo ci era amico. Non è così, oggi. Ma le cose più belle sembrano destinate a non durare. Come nella natura, nei fiori che amavi. Come raccontano questi versi, che forse non avevi ancora letto, e che ho tradotto per te:

Nothing Gold Can Stay

Nature’s first green is gold,
Her hardest hue to hold.
Her early leaf’s a flower,
But only so an hour.
Then leaf subsides to leaf.
So Eden sank to grief,
So dawn goes down to day.
Nothing gold can stay.

Il primo verde è d’oro in Natura,
La sua più effimera sfumatura.
La prima foglia è un fiore,
Però dura poche ore.
Poi foglia cede a foglia,
Così l’Eden affondò nella doglia,
Così l’alba cede alla giornata,
Di ciò che è d’oro breve è la durata.

-- Robert Frost


Capodanno

1 gennaio 2009

Siamo a Capodanno. Non ho tanta voglia di festeggiare il superamento del 2008. Nonostante tutto, non è stato un brutto anno: innanzi tutto, è stato l’ultimo con te. E poi, per una gran parte, è stato un anno felice. In effetti proprio questo aspetto rende incredibile la tua assenza, adesso, così improvvisa, così irreale.

Ieri sera siamo stati in compagnia qui, a casa nostra. La sensazione era (per tutti, credo), che tu fossi qui con noi, o almeno che dovessi esserci. E forse c’eri, ma il fatto di non vederti era una sensazione intensa e continua. Mi spiace per i nostri amici, che non si sono risparmiati per organizzare una serata piacevole, ma da me non hanno avuto molti sorrisi in cambio. Non so se la solitudine sia più profonda stando fisicamente soli, o in compagnia.

Piantine infreddolite

Piantine infreddolite

È ormai iniziato l’inverno, questa stagione che già noi non amavamo molto, e ultimamente ci piaceva sempre meno, ricordi? Quest’anno è un inverno vero, non come quelli scorsi, in particolare l’ultimo, in cui non faceva altro che un po’ di cielo grigio, o poco più. Questo è un inverno freddo, con neve e gelo. Fino ad oggi ha già nevicato sei o sette volte, e il nostro bel giardino, che tu amavi come me, è tutto bianco. Anche il nostro orto officinale – così lo chiamavamo, ricordi? – è coperto di neve. Chissà se qualcuna delle piantine supererà questa stagione. Christa ci ha messo una specie di pacciamatura fatta di foglie secche, per proteggere le piante più piccole e deboli, e Zio Tano dice che ad esempio il prezzemolo, che pare tanto fragile, è una pianta che sverna e facilmente dura un paio d’anni. Vedremo. Ho anche visto per la prima volta il rosmarino con la neve sopra, ma non pareva sofferente. Anche i due mirti e i gelsomini con la neve hanno un aspetto insolito. Chi è meno in forma sono gli Ilex sul davanti (“i due carabinieri”, ricordi?): durante una bufera di qualche notte fa, sono stati ricoperti da neve che si è poi subito gelata. Sono riuscito a togliergliela solo in parte, era un po’ troppo pesante e tendeva a farli piegare. Allora li ho appoggiati un po’ al muro, e l’uno all’altro per sostenersi come una coppia nei momenti tristi, in attesa che il ghiaccio si sciogliesse. Il loro problema più generale, però, è la loro esposizione a nord. Ma tu questa considerazione la stai già facendo da te, perché queste sono le stesse cose che facevamo, che discutevamo sempre, insieme.

Per completare il bollettino del verde, vorrei dirti ancora una cosa che penso ti farà piacere: le piante nel portico stanno abbastanza bene tutte, ad esempio il ciclamino che ti aveva portato Gina è fiorito, e addirittura ora lei ha portato qui anche il proprio. Gli hibiscus hanno i fiori, soprattutto quello più piccolo: vedessi, è tutto pieno. So che ti piacevano tanto, amore mio.


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