Déjà vu

12 marzo 2011

Oggi sono stato al funerale di una nostra amica. Pensa che non sapevo neppure che avesse qualche problema, fino all’altro ieri! La vedevo di rado, negli ultimi mesi, ma non mi sfiorava neppure lontanamente l’idea che stesse combattendo una battaglia per il proprio futuro. Eppure stava combattendo la stessa battaglia che anche tu hai perso, mia dolce e sfortunata compagna.

Dall’altro ieri, anche lei non c’è più. Quando mi hanno dato, il giorno stesso, questa terribile notizia, ho subito pensato alla prima volta che io l’avevo incontrata mettendo a fuoco chi fosse. Era una sera di alcuni anni fa in cui ci siamo incontrati per caso sullo stesso traghetto di ritorno dalle vacanze in Sardegna. Lei era con la sua bambina, e noi con i nostri, e tu mi avevi poi spiegato che Margherita era compagna di scuola di sua figlia. Tu quella sera me l’avevi presentata, e adesso lei ha avuto la tua stessa sfortuna, bella.

Ho provato un potente e tragico senso di déjà vu, questa mattina in chiesa. Ho avuto la fortissima sensazione di essere stato catapultato indietro nel tempo, di essere ritornato ancora una volta a quel 22 novembre. A quel giorno nero in cui ero io, con i nostri piccolini, a trovarmi seduto, in un’analoga occasione, nella prima fila di banchi della stessa chiesa, al posto del nostro amico (che però, diversamente da me, oggi non aveva con sé i loro bambini). E mi pareva di vivere uno di quei film in cui la stessa scena viene ripetuta insistentemente, con riprese da diversi punti di vista. Vedevo accadere le stesse cose, anche se da una diversa prospettiva. Essendo un po’ defilato, ho avuto agio di far scorrere lo sguardo sui volti della gente, immaginandomi inevitabilmente che fossero più o meno le stesse persone, che avessero le stesse espressioni di allora. Ero proiettato di nuovo in quel giorno passato. Sentivo la testa che mi girava, ma cercavo di tenere duro. Mi concentravo sul dolore altrui, un po’ per consolare me stesso (lo so, non è molto bello ma ho pensato perfino “Meno male che non tocca a noi, questa volta!” – mi vergogno un po’, è stata una debolezza), e anche perché empatizzavo autenticamente con questa nuova tragedia, capitata di nuovo e così vicino.

In questi giorni, ho anche ripensato a quale fosse l’ultima volta che l’avessi incontrata. Ho fatto mente locale e sono sicuro della data. L’ho ricostruita con precisione perché l’avevo incrociata il giorno dei colloqui con i professori delle nostre rispettive bambine: era il primo dicembre scorso. Quel pomeriggio avevo notato i suoi capelli corti. Si può essere così distanti dalle persone? Avevo notato i capelli corti ma tutto quello che avevo pensato, dentro di me, è che si era tagliata i capelli ma stava meglio prima! Quanto mi dispiace! Lei, quella volta, mi aveva fatto un cenno di saluto, con un sorriso come sempre molto affettuoso – lo era sempre, aveva sempre manifestato simpatia per noi, ed ancor più dopo quello che ci era successo. Si sentiva certamente molto partecipe della nostra situazione, quasi anticipasse il destino della propria famiglia. O, più probabilmente, per una sensibilità umana molto spontanea in lei. Lei mi aveva salutato, ma io avevo giusto risposto al suo saluto. Non le avevo nemmeno chiesto come stesse. Non mi immaginavo nulla di quanto le stava capitando, ma almeno avessi fatto un commento qualunque sul suo taglio di capelli! Forse, a partire da quel commento, mi avrebbe raccontato qualcosa. Forse adesso potrei evitare di rimproverarmi per non averla almeno abbracciata, prima che se ne andasse.


I tuoi occhi

4 febbraio 2010

Oggi stavo riguardando le nostre foto, ed ho incrociato i tuoi occhi, bella. Occhi felici in molte immagini. Occhi tristi in altre. Molto spesso ho visto anche le due cose insieme. La tua felicità era autentica, ma a volte era velata da brutti presagi. Non sono solo impressioni che possono venire a chiunque, guardando una foto. Sono cose che so per certo. Molte volte, infatti, mi avevi detto di sentire, di sapere che il tuo male sarebbe ritornato, che tu te lo aspettavi e che speravi soltanto che succedesse il più tardi possibile. Speravi di veder crescere i nostri piccolini. Così chiamavi tu i nostri bambini: i nostri piccolini. Eri triste, ma nel contempo cosciente di avere avuto qualcosa di bello: la tua vita. Una vita di cui eri contenta, me lo hai detto molte volte. E te ne sono riconoscente, è consolante per me saperlo. Sapere che in qualche modo stavi bene, nonostante tutto. Che stavi bene con noi, con me. Che riuscivi ad avere tanta forza anche grazie ad una esistenza piena. Grazie per avermelo detto, sono così felice che tu ti sentissi così! Ma sono anche tanto triste, perché questo significa che la tua perdita è tanto più dura da accettare. È stato durissimo per te, e infatti non sono affatto certo che tu sia riuscita ad accettarla. Ed è durissimo per tutti noi doverla accettare. Ancora adesso, bella.


Triste viaggio

18 novembre 2009

È una grigia, nebbiosa, umida, tristissima mattina di novembre. Adriana e tuo padre hanno preso il treno un’ora fa, insieme ad Elio, Annamaria e Michele. Alla fine, ho deciso che non ci potevo andare anch’io, come avrei inizialmente voluto. Non ora. Ed ho fatto bene, credo. Stamattina, infatti, quando ho dato la notizia ai piccolini, Margherita mi ha fatto capire che non vorrebbe andare ad un altro funerale. E infatti non ce li avrei portati. Ma io voglio essere con loro, questo venerdì, bella.

Oggi, un anno fa, loro ti hanno vista per l’ultima volta. Era una normale mattina in cui io mi accingevo ad accompagnarli a scuola. Tu eri rimasta a letto. Non eri in forma. Loro sono venuti da te, per salutarti. “Ci vediamo stasera”, avevi detto. Ed eri sincera, ovviamente. Al pomeriggio avremmo dovuto andare all’ospedale per una piccolissima cosa, poco più che un controllo. E invece ti ci hanno trattenuta…


Questi giorni

17 novembre 2009

In questi giorni non riesco a fare a meno di ripensare agli stessi giorni di un anno fa. Di ogni giorno, saprei dire cosa stava succedendo. E non sono il solo, lo so: tutti ripensano ad allora. Ripensano a te. E in tanti mi telefonano, mi scrivono, mi invitano a vederci, a parlare. Vogliono starci vicino, e lo apprezzo. Ma io ora non ne ho voglia. O almeno, non sempre, non a comando. Mi sento un orso, come poche altre volte in passato.

Stasera lo zio è mancato. Sapevamo che stava molto male, e di recente le notizie erano di peggioramenti sempre più frequenti, e sempre più gravi. Ma deve succedere proprio tutto in questo schifo di stagione? Stavamo parlando di lui, con le tue sorelle, solo poche ore fa. Mi spiace così tanto… E mi spiace che non potrò andare a trovare la sua famiglia, come avevo tutta l’intenzione di fare. Ma adesso no, non in questi giorni!

In questi giorni vorrei stare da solo. Da solo con i nostri piccolini. Spero, almeno venerdì, di poterlo fare. Senza dover spiegare ancora una volta come va, come mi sento, come stanno i bambini. Non ho voglia di parlarne, solo questo. Avrei voglia di parlarne con loro, invece, che ne parlano così poco… ma quella sera cercherò innanzi tutto di stare loro vicino. Poi, magari mi ritornerà la voglia di parlare con la gente, di parlare di me, di tutti noi. Adesso no. Basta. Una pausa.


Un anno…

15 novembre 2009

La morte è un mostro,

un mostro che caccia dal gran teatro (della vita)

uno spettatore attento, prima della fine di una

rappresentazione che lo interessa infinitamente”.

– Casanova.

Cara Paola, si sta avvicinando il giorno in cui ci hai lasciato, e leggendo alcuni brani di casanova , mi sono soffermata su queste frasi, perché secondo me rappresentano quello che hai provato negli ultimi giorni della tua dolorosa malattia…


Zio Toto

14 novembre 2009

Ultimamente tuo zio si sta aggravando. Giorno dopo giorno, sta sempre peggio. Le notizie arrivano dal Salento sempre più frequenti, e sempre peggiori. Gli altri zii sono partiti per andare a fargli ancora visita. Proprio ora, poverino. Proprio in novembre, poveri noi.


Due novembre

2 novembre 2009

Ieri era domenica, primo novembre. È novembre. Al pomeriggio, siamo passati a trovarti con i piccolini. Quanti bacini dà Francesca sulla tua foto, ogni volta… E stavolta lo ha fatto anche Enrico. Anche lui, che manifesta i suoi sentimenti un po’ meno delle sue sorelle. Ma sta cambiando. Sta imparando ad abbracciare: per un maschietto, sta diventando a suo modo affettuoso. Margherita, la più riservata, è sicuramente la più conscia della tua perdita. Margherita è quella che ha avuto più a lungo modo di godere della tua presenza, che ti ha conosciuta meglio. È fortunata, per questo, ma non sembra rendersene conto. O forse è semplicemente nella condizione più degli altri di soffrirne, proprio per questo. Enrico ha anche lui qualcosa di te: l’esperienza in famiglia. Infatti, è come te un figlio mediano: nè il più grande, nè  il più piccolo. E poi ha anche lui, come te, un orecchio un po’ a sventola, asimmetrico. Di Francesca, invece, mi si dice che è quella che ti assomiglia di più fisicamente. Pare sia uguale a te, alla stessa età. Sono tutti e tre dei bravi bambini. Non meritano la sfortuna chè è toccata loro…

Stasera ho parlato loro di te. Volevo capire se avevano messo a fuoco il fatto che stiamo arrivando al fatidico anniversario. Che già adesso siamo in quel periodo che, un anno fa, è stato così terribile per te. Per tutti noi. Allora, insieme, avevamo fatto la scelta di non dare loro troppe informazioni, troppe preoccupazioni.

E così abbiamo parlato, ricordato, pianto. I bambini sono coscienti del momento, eccome. E tu manchi tantissimo a tutti. È stato un momento triste. Ma autentico, e nostro. Per cui, anche se domattina si va a scuola, ho poi voluto esaudire un loro desiderio, che mi avevano espresso da tempo: abbiamo riguardato tutti insieme il nostro album di nozze. Margherita lo dovrebbe avere già visto, presumo con te, perché si ricordava di molte foto. E probabilmente anche Enrico, ma non pare ricordarsene, quindi per lui era una specie di “prima volta”. E per Francesca lo era quasi sicuramente. Abbiamo dedicato una buona oretta a guardare ogni singola foto, commentandole e notando le differenze nelle persone, rispetto a come sono oggi. I bambini hanno notato bene come le persone fossero tutte decisamente più giovani. Tu eri bellissima. Io invece, secondo loro, non tanto: pare mi trovino meglio oggi. E poi tutti i parenti ed amici, che loro conoscono tutti o quasi, ma che erano decisamente diversi. Pensa che, proprio mentre guardavamo le foto, ha telefonato Adriana. Ha risposto Enrico, che l’ha salutata e subito le ha detto che cosa stessimo facendo. Poi le ha precisato: “C’eri anche tu, zia, solo che eri molto meno vecchia di adesso!”. Ci siamo fatti tutti una risata. Ma io ho realizzato come loro vedono tutti noi, sostanzialmente: vecchi. Una persona più matura avrebbe ipocritamente detto “più giovane”, ma lui no, ha detto quel che pensava. Vecchi. Ad ogni modo, io ho poi raccontato loro come si era svolta la giornata delle nostre nozze, chi c’era e che cosa abbiamo fatto. Erano molto interessati. Anche per loro questa è storia della famiglia, e giustamente sentono di volerla conoscere. L’ultima foto, alla fine della giornata, è quella di te sempre vestita da sposa, ma con il tuo zainetto rosso che rappresentava il tuo trasloco nella nuova casa, nella nostra nuova vita. La nostra vita insieme, che adesso è già finita. Com’è passato in fretta questo tempo, bella!

Dopo le foto delle nozze, come tu sai, nell’album c’era ancora tanto spazio vuoto, ed avevamo deciso insieme di aggiungere man mano altre foto di noi, dell’evoluzione della nostra famiglia. Una per ogni anno, che chiamavamo “la foto dell’anno”, ti ricordi? Solo che l’ultima era quella del 2007. Di solito sceglievamo una foto della bella stagione, infatti, e perciò questo era un lavoretto che si faceva negli ultimi mesi dell’anno. Solo che nel 2008 non abbiamo fatto in tempo, e quest’anno non l’avevo ancora preso in considerazione. Così, ne abbiamo parlato tutti insieme, e abbiamo deciso di scegliere una foto per l’anno scorso, ed una per questo. Ancora una con te, e poi una senza. Margherita ha detto di aver già pensato alla didascalia per quest’ultima. Vuole parafrasare quella del 2004, in cui sembra che fossimo in quattro, ma tu avevi il pancione, e quindi ci avevi scritto accanto: “Siamo in cinque”. E ora lei vorrebbe scrivere: “Siamo di nuovo in quattro”. Vedremo. Dopo che avremo scelto e inserito queste due foto, ho proposto loro di aggiungere qualcosa di loro, d’ora in avanti, per te. Dei loro disegni, magari. Qualcosa che rimanga, che aiuti a costruire il ricordo del passato che c’è stato, che un po’ deve appartenere anche a loro. E di quello che deve ancora venire.


La settimana di Enrico

11 aprile 2009

Questa è stata la settimana di Enrico, nel bene e nel male.

Sabato scorso, prima lezione di musica. Entusiasmo. Nei giorni successivi non faceva che studiare gli esercizi ricevuti da fare a casa.

Da martedì gli è venuto un forte mal di testa, e febbre. Sempre più alta. Apparentemente senza nessuna causa per questa febbre, che intanto arrivava a sfiorare i 40°C, e scendeva solo parzialmente perfino con i farmaci. Come tu mi hai sempre ricordato, le febbri improvvise, alte e soprattutto se non spiegabili, sono pericolose. Per Enrico in particolare, dato il suo piccolo intervento all’uretere da piccolino. Da giovedì sappiamo che ha una tonsillite, ed abbiamo anche esplicitamente escluso un’infezione alle vie urinarie, grazie ad un’accurata visita dalla pediatra. Meno male. La febbre sale sempre, ma meno. Siamo tutti più tranquilli. Giovedì voleva a tutti i costi andare alla lezione di piano, ma non ha potuto per la febbre, poverino.

Nel frattempo, tutti e tre i bambini si sono spostati a dormire da Gina, e ci sono stati per due notti. Oggi pomeriggio, li ho riportati tutti a casa, avendo predisposto una sorpresa per Enrico: il pianoforte. Lo ha visto appena entrato, anche nella penombra della sera. Ha la vista buona. Come te, bella. “Grazie, papi” – ha detto soltanto, ma con un sospiro estasiato, e un tono di voce che mi ha fatto sentire bene.


Non farmi andare via…

2 aprile 2009

Nell’ultimo periodo, prima ancora che venisse fuori la recrudescenza della malattia, tu temevi che sarebbe tornata a bussare alla nostra porta. Avevi paura, ma te l’aspettavi. Io cercavo di convincerti (e convincermi) che non era necessariamente vero, e che semmai avremmo sempre potuto fare qualcosa per combatterla. Lottare. E vincere. Ma avevi ragione tu. Come spesso è successo nella nostra vita insieme. Avevi spesso ragione tu… di noi due le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate, erano le tue. Proprio come scriveva Montale in “Ho sceso dandoti il braccio”. So che era una poesia che ti piaceva molto, anche se da anni non lo avevo tanto presente. Devo ringraziare Gina, per avermelo ricordato.

E comunque, tu sì che vedevi lontano (anche fuor di metafora, per inciso). Sapevi già tutto ciò che sarebbe successo, volevi perfino aiutarmi a organizzarmi per dopo… Così tanto ci volevi bene, amore mio, da poter perfino concepire la nostra vita senza te! E quando avevi certi momenti di umanissima paura del domani, mi abbracciavi, io ti riabbracciavo e tu mi chiedevi con un filo di voce “Non farmi andare via…” Amore mio, non sono riuscito ad accontentarti! Come avrei voluto farlo, come vorrei aver potuto fare qualcosa per impedire tutto questo!

Sto finendo di leggere un libro che mi ha prestato Gina. Si intitola “Tornerà?”, ed ha l’obiettivo di suggerire come aiutare i bambini, come parlare loro in questi casi. Forse aiutandoci a trovare il modo cercandolo noi stessi, forse, più che suggerendolo direttamente. A volte, in effetti, dà delle indicazioni anche un po’ dirompenti, come ad esempio l’idea che “gli adulti devono aiutare i bambini a soffrire”. Affermazioni come questa inizialmente sembrano buttate lì in maniera perfino un po’ provocatoria. E forse lo sono, per scuotere le nostre coscienze. Per farci pensare. In realtà, comunque, a me pare che quel libro proponga degli spunti di riflessione rivolti prevalentemente agli adulti. Non so, in effetti, se questi elementi mi aiuteranno ad affiancare i nostri piccolini in questo triste, faticoso processo. Io lo spero, ma intanto è stata una lettura importante per me stesso. Mi ha dato dei termini di confronto, mi ha portato a confrontarmi con altre persone – l’autrice in prima persona, ma non solo – che hanno vissuto esperienze simili alla nostra. Ho trovato tante similitudini, sfumature di sensazioni. Riverberi di emozioni, in tutto analoghe alle mie. Mi ha fatto piangere, non poco. La sera, ne leggevo qualche pagina, e piangevo. Ma poi mi ha anche aiutato, in qualche misura. Era come parlare con un amico. Un amico che ti capisce profondamente. Un amico che riesce a capirti perché ti assomiglia dentro, perché vive o ha vissuto le tue stesse esperienze.

Stasera, già verso le ultime pagine, ho però letto una cosa che mi ha spiazzato più di altre: “bisogna lasciar andare le persone che non ci sono più”. Certo, ho capito che cosa intendesse: parlava ovviamente dell’elaborazione del lutto. Ma è stato allora che mi sono ricordato di quelle tue parole. Siamo fatti in modo strano, bella! A volte ci sono delle cose che per tanto tempo non ci vengono più in mente. Anche cose importanti, come il fatto che a te piacesse tanto quella poesia, ad esempio. Oppure come quelle tue parole: “Non farmi andare via”. Oggi mi sono tornate in mente prepotentemente, per la prima volta da quando te ne sei andata. Stasera, anzi ormai ieri sera data l’ora, era il primo di aprile. Un bel pesce d’aprile, accidenti! Quanto ho pianto, amore mio, quanto mi sono sentito inutile e impotente…

E così mi sento: inutile e impotente, tante volte. Nei tuoi confronti, povero amore mio. Ma anche nei confronti dei nostri piccolini, ad esempio quando non stanno bene, che si tratti di salute o del morale… Quelle occasioni sono tra i momenti in cui mi sento più solo. Mi sento inutile e impotente, appunto. Quando tu eri al nostro fianco, avevo una sensazione di sicurezza. Eri tu che me la davi. Sapevi cosa bisognava fare, e lo facevi. E riuscivi perfino a lasciarmi l’impressione di essere io quello forte… E ora, invece, mi sento inutile e impotente perfino nei confronti di me stesso. Sono demoralizzato. Anche la mia vita ha bisogno di essere presa per mano, di essere aiutata a trovare un senso.


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