Incubi

5 gennaio 2012

La scorsa notte è stata tormentatissima, a cominciare dalle tre, quando Margherita mi ha chiamato, dicendo di non stare bene e di aver vomitato. Quando ho scoperto quanto avesse inondato il mobile letto e tutto ciò che conteneva, è iniziato per me un incubo ad occhi aperti.

Tu lo sai che non ho mai sopportato il vomito (e purtroppo quindi toccava sempre a te ripulire quella roba). Ma ora tocca sempre e soltanto a me, come se ci fosse una specie di legge del contrappasso. Le cattive abitudini di Margherita hanno anche amplificato il problema, in questo caso, dato che lei si porta a letto tutti i libri che ama, e qualunque oggetto che le è caro. E tutte queste cose, tra letto, pavimento e comodino, erano ricoperte di uno strato di melma dall’odore acre e ripugnante.

Ho pulito tutto, in più passate. Ho cambiato il letto e consentito a Margherita di tornare a dormire, e ci sono tornato io stesso. Erano ormai quasi le cinque meno un quarto.

Ho tardato un po’ a riaddormentarmi, ma poi è iniziato il secondo incubo della notte, quello da addormentato. Ho sognato di essere a letto, con te, e che avevamo sentito dei rumori nella notte. Temendo che fossero i ladri, mi sono alzato e ho visto una scena decisamente surreale: molte delle luci di casa erano accese, in particolare quelle delle scale. E per le scale, e nell’ingresso, ovunque era pieno di gente indaffarata. E di cose (le nostre cose!), tutte ammucchiate, anche con un certo ordine, con la razionalità di chi stia preparando un trasporto sistematico, quasi un trasloco. Mi hanno colpito in particolare le due sedie dello studio che, essendo delle sedie da ufficio, con le ruote, non si possono certo impilare, eppure erano proprio impilate, e stavano in piedi in un miracoloso equilibrio, per giunta in mezzo alle scale! Forse nel sogno mi sono focalizzato su quelle perché, proprio in questi giorni, avevo dovuto sistemare un po’ la fodera di una delle due. Ad ogni modo, l’attività ferveva, c’erano molti uomini sconosciuti che portavano le cose verso l’esterno, e uno che pareva essere il capo e dava ordini. La porta dell’ingresso principale era spalancata. Mi sono fatto strada tra tutto quel lavorìo e sono arrivato fuori.

C’erano un paio di camioncini parcheggiati, che venivano metodicamente caricati, sotto una luce che illuminava tutta la scena a giorno. Avevano installato un paio di lampade ”fotoelettriche”, di quelle usate dalla protezione civile o dalla polizia per illuminare a giorno un luogo all’aperto. La sfacciataggine di tutto questo era smaccata! Comunque, non so come ma devo essere riuscito a mandare via tutti e riportare la calma, ed anche abbastanza rapidamente, perché dopo un momento mi sono rivisto a letto con te, ed entrambi cercavamo di riprendere sonno, pur se ancora un po’ agitati.

Tutto mi riportava sempre a letto, dove mi trovavo effettivamente, e dove effettivamente stavo cercando di dormire a seguito della disavventura con Margherita.

Quando al mattino mi sono svegliato, il sogno era così presente e chiaro nella mia mente che mi ero invece dimenticato del problema di Margherita, e siccome era ancora molto presto e buio, ho ricominciato a temere che i ladri potessero tornare. O venire davvero! Ormai, sogno e realtà si sovrapponevano nella mia mente, al punto che non sapevo più se quello sfacciato tentativo di furto fosse stato un sogno o realtà. Ma mi era rimasto il timore che succedesse ancora. E però mi era anche rimasta una fortissima sensazione della tua presenza.

Al risveglio, infatti, ero sicuro che tu fossi lì accanto a me, addormentata nel letto come sempre. Ho sentito il bisogno di allungare un braccio verso il tuo posto, per trovarti. E invece non c’eri, bella.


Tonfi notturni

25 ottobre 2010

Ieri sera sul tardi, quando mi ero appena messo a letto, ho sentito un tonfo. Subito mi era parso che venisse da fuori. Poi, ho pensato ai bambini e mi sono alzato a controllare. Niente.

Più tardi, durante la notte mi sono alzato perché non riuscivo a prendere sonno. Sono andato un momento in bagno ed ho trovato per terra l’asciugamano del lavandino. Ultimamente ho preso l’abitudine di appenderlo spesso al gancio sulla parete, Dove è più accessibile. Lo faccio per comodità, ma certo è diverso da quello che facevamo quando c’eri tu. Sei stata tu a buttarlo giù? (cfr. http://scrivoapaola.wordpress.com/2009/12/19/movimenti-notturni/)


Movimenti notturni

19 dicembre 2009

Stanotte alle tre mi sono alzato per andare a fare pipì. Buio quasi assoluto, silenzio. Appena seduto, ho sentito un lieve rumore vicino a me. Mi è subito venuta come la sensazione che potesse esserci qualcuno. Ho acceso la luce: era solo l’asciugamani che, dal gancio sulla parete, era caduto per terra. Non ho avuto paura, comunque. Innanzi tutto perché a queste cose non credo: penso si sia trattato semplicemente dello spostamento d’aria dovuto al mio passaggio di un momento prima. Ma poi, anche se ci credessi, non avrebbe potuto essere altri che te, bella.


Un anno dopo

20 novembre 2009

Oggi ho cercato di far passare una buona serata ai bambini. E a me stesso. Volevo che fosse una maniera di ricordarti, ma volevo anche che fosse senza tristezza. Abbiamo già pianto tanto, nei mesi passati…

Ho pensato di preparare una cena un po’ speciale. E lo è stata, almeno rispetto a come sono le nostre cene ultimamente. In realtà, era molto simile a tante cenette che tu ci preparavi spesso, semplici e gradevoli. E non a caso ho voluto che fosse così: era un modo per sentire la tua presenza, qui con noi. Tu avevi sempre delle buone idee, uno spunto carino nelle decorazioni della tavola e della casa. E una piccola coccola per la gola di ciascuno. E poi ho pensato di coinvolgere i piccolini nella sua preparazione: per loro un divertimento, per tutti un modo per stare insieme un po’ di più.

Abbiamo preparato la pizza, e della mousse al cioccolato. Ed abbiamo acceso delle candele. Non lo avevamo più fatto da tanto tempo. Forse non lo avevamo mai fatto senza di te. A te piacevano, e l’ho ricordato ai bambini. Margherita ha sorriso e mi ha risposto che anche a lei piacciono molto. Abbiamo commentato che portano un piccolo anticipo di atmosfera natalizia, perché questo periodo dell’anno, così buio e triste, è rischiarato un po’ dal calore di quelle piccole fiamme vive.

Dopo cena, abbiamo guardato insieme un cartone animato. Ed aggiornato il nostro album con la foto dell’anno. Sia quella del 2008, che non avevamo fatto in tempo a mettere con te. sia quella per il 2009. I bambini avevano preparato un disegno corale, fatto tutti insieme. Abbiamo aggiunto anche quello. Rappresenta un paesaggio con terra, mare e cielo. È per te, bella.


La sagra di Tiggiano

13 agosto 2009

Siamo appena stati alla sagra di Tiggiano. Cibo tipico, musica tipica, pizzica tipica. Una bella sagra, però. In un bel centro storico, ben organizzata, con bella gente che si divertiva e dava spettacolo con quella danza affascinante. L’ultima volta eravamo insieme. Stasera, ho avuto più di una volta l’impressione che tu fossi con noi anche stavolta, bella.


La tua terra, la tua voce

31 luglio 2009

Sto viaggiando da ore, amore mio. Sono in macchina, e macino Kilometri, ma questa volta da solo. I nostri piccolini sono già in vacanza da un po’, ed io li sto raggiungendo nel tuo, anzi ormai nostro, Salento. La tua terra di origine, e mia di elezione. La casa della tua famiglia, il territorio degli avi. La loro storia, le tradizioni che mi hai insegnato a conoscere ed amare. Le nostre attività del tempo delle vacanze: il mare, il buon cibo, le passeggiate tra quei colori e quegli odori così struggenti. Pregusto e insieme temo il confronto con questi aspetti così meravigliosi di quella terra, alla quale ora sono praticamente quasi arrivato, dopo un viaggio neanche tanto faticoso sul piano fisico, ma per me lacerante a livello emotivo.

Sto viaggiando dalle tre e mezzo di stamattina. E, dopo forse neanche un’oretta che guidavo sull’autostrada buia e semideserta, mi è successa una cosa straordinaria! Non so perché sia accaduto proprio oggi, dopo più di otto mesi che ti cerco, e dopo più di otto mesi che mi manchi infinitamente. Ma è andata davvero così: è stato proprio oggi che ho risentito la tua voce! La tua cara voce, che mi parlava con dolcezza come un tempo, ripetendo una semplice frase. Una delle tante tue frasi che ricordo bene, di quelle che da otto mesi mi frullano in mente, con le parole precise che usavi tu. Ma, appunto, finora le ricordavo ma non le sentivo risuonare nella mia mente. Per tutti questi mesi erano nella mia testa, ma solo come parole senza suono, quasi fossero dei testi scritti, senza la vita ed il conforto del tuo timbro di voce. E invece stamattina, prima dell’alba, sei tornata a popolare la mia mente anche con questo aspetto, con un tale senso di presenza e vicinanza, che mi ha commosso nel profondo. Durante tutto il giorno, poi, ho cercato di farlo succedere ancora. Ma non mi tornava più un ricordo così diretto. Si potrebbe dire che mi ricordavo del ricordo di stamattina, ma non direttamente di te. Ed ho pianto, ho pianto tanto. Ho pianto a quel ricordo. Ho pianto ad svolta dell’autostrada, che mi portava a notare uno scorcio che avevamo visto o commentato insieme. Ho pianto ogni volta che ho ripensato alle tappe di quel viaggio che abbiamo fatto innumerevoli volte, noi due insieme. Viaggio che è ricordo reale e insieme metafora del – troppo breve – periodo in cui hai camminato accanto a me nella vita. Mi manchi tanto. Più mi ricordo di te e più mi manchi, bella.


Sensazioni di presenza

6 luglio 2009

Sto facendo un lavoretto nei ritagli di tempo. Trascrivo la rubrica del tuo telefonino, un po’ alla volta. Non so perché lo faccio, dato che molti di quei numeri li ho già anche io, e gli altri in genere sono di persone che non conosco, o hanno nomi che non mi dicono molto. Ma ho l’impressione che sia bene farlo, dato che l’apparecchio è un po’ vecchiotto, e potrebbe andare alla fine da un momento all’altro. Come se potesse esserti ancora necessario ricostruire quell’elenco. Come se tu fossi via solo momentaneamente e potessi tornare, e chiedermene conto. Ad ogni modo, ho deciso di farlo e lo faccio.

Oggi ero arrivato alla lettera “M”. Ho trovato una voce di rubrica che tu avevi chiamato “Mio”. Il tuo stesso numero: un promemoria. Ma io ad esempio, nei miei telefoni, anche per il mio stesso numero mantengo il criterio generale, e lo registro con nome e cognome. Come tutte le altre voci. Tu no: avevi scritto “Mio”. e questo aggettivo, detto da te in prima persona, mi ha fulminato! Era come se fossi tu lì, a dirlo: “Questo è il mio numero”. Quasi ho sentito la tua voce…

Più tardi, sempre oggi, eravamo tutti da Adriana per cena. Margherita, Marta e Francesca avevano organizzato un piccolo spettacolo per il dopocena, come fanno spesso ultimamente. Una cosa breve ma carina, con canto (una novità) e una coreografia, che è piaciuta a tutti noi che eravamo lì, a guardarle tutti intorno al salotto. E io ho pensato a come sarebbe piaciuto anche a te, bella. A un certo punto della rappresentazione, ho avuto la netta sensazione che tu potessi essere lì con noi, in piedi anche tu, leggermente appoggiata allo stipite della porta della zona notte. Mi pareva che se io avessi girato la testa lievemente verso destra, ti avrei scorta, con la coda dell’occhio. Ho anche pensato a come potevi essere vestita, con quella tua casacca, variegata arancione scuro e nero, e una gonna nera. Ti sentivo presente, ma ho avuto paura di girare la testa, amor mio. Paura di non trovarti…


Un sogno nel Salento

25 giugno 2009

Ti sto sognando di più, ultimamente, bella. Qualche volta almeno ti rivedo. Sono sempre sogni brevi, mi pare molto simbolici, che mi lasciano con una sensazione di grande gioia, per averti rivista, e insieme con una struggente malinconia, per la consapevolezza di averti persa.

La scorsa notte la situazione era quella di una delle nostre passeggiate serali, per sagre o altro, nel centro storico di un paesino del Salento (forse era Corsano, o Tiggiano?). Eravamo in macchina, presumo a fine serata, in procinto di ritornare a casa. Eravamo solo noi due. Tu eri sul sedile accanto al mio, ed io guidavo. Solo che, nella penombra della notte, non eri ben visibile. Io vedevo la tua sagoma in ombra, e per giunta solo con la coda dell’occhio giacché guidavo. Ad un certo punto, la strada passava tra una piccola chiesa ed una piazzetta alla nostra sinistra, che fungeva da sagrato. Davanti alla chiesa, con una facciata nella classica pietra leccese, c’era una panchina, anch’essa in pietra. Tu mi hai fatto fermare un momento, hai fatto un cenno vago verso la chiesa e la panchina, e mi hai chiesto: “Noi ci siamo già stati qui, è vero?”. Io ti ho risposto di sì. In quello stesso momento mi ero girato verso di te, e la luce di un lampione ha illuminato i tuoi occhi, bellissimi e così tristi. Con quello sguardo, tu me lo hai detto. Lo avevi capito che quello era un commiato. Un commiato anche da quei luoghi che amavi tanto.


Un sogno a Moncalieri

22 giugno 2009

La notte scorsa ti ho sognata, bella. La situazione era quella di quando avevamo lasciato per l’ultima volta la nostra vecchia casa di Moncalieri. Nel sogno, l’appartamento era diverso dalla realtà, e quel poco che se ne vedeva era la porta-finestra del balcone del tinello. La vedevamo da dentro, un po’ controluce. Quindi il resto della casa era come buio. Per questo motivo, anche tu non eri visibile. Era come se io e te fossimo sulla soglia della porta d’uscita, per un ultimo sguardo alla casa che ci aveva visti felici per sette anni. Insieme. Ma se da un lato io sapevo che tu eri accanto a me, non ti vedevo, perché guardavamo entrambi verso questa finestra così luminosa. La sensazione che provavo era di grande malinconia. Quanti simboli, amore mio! Il commiato da un luogo amato. Un commiato da qualcuno che si sta già allontanando, anche da me.

Alla fine siamo usciti entrambi dall’appartamento, per andarcene via. Quindi, ci siamo spostati all’esterno dell’appartamento. La tromba delle scale aveva un aspetto angosciante. Era come se l’appartamento fosse stato all’ultimo piano di un palazzo molto, molto alto (nella realtà tu sai che era al primo piano). Le scale erano una struttura alquanto malandata, traballante e dal sostegno incerto, oltre che buie e inquietanti se si guardava verso il basso. Mentre avevo questa visione delle scale da cui ci accingevamo a scendere, mi sono accorto che tu non eri più con me. Risveglio.


Iscriviti

Get every new post delivered to your Inbox.