Margherita ha ricominciato con i suoi malesseri e malumori. Sono un po’ preoccupato per questo. Le parlo molto, solo che lei non mi dà molto spazio. Ogni volta, devo impegnare moltissimo tempo e pazienza, per ottenere anche solo delle mezze risposte. Questa volta non si è trattato di mal di testa, ma ieri mattina era stata a dormire dagli zii (io ero via) e non è andata a scuola per pochi decimi di febbre. Anche Gina le dà un po’ troppa corda, temo: questa cosa ha causato un balletto di impegni complicatissimo, un effetto domino in cui sono state coinvolte varie persone, tra cui Stella che l’ha portata dal pediatra (inutilimente, perché alla fine non aveva nulla – per fortuna!), Gina ed Elena che si sono occupate di lei durante la giornata, e i suoi stessi fratelli, che in una bella giornata di sole sono invece stati costretti a perdere l’occasione di giocare in giardino, andare in bici, eccetera, visto che erano tutti insieme dal medico.
Ho parlato a lungo con lei, ieri sera. Ho cercato, con molta calma e per l’ennesima volta, di farle capire che le vogliamo tutti bene, e che però ci deve mettere un po’ di impegno anche lei da parte sua, e non farsi sopraffare dai suoi malumori. Oggi è a scuola, e speriamo bene.
Mi pare che Margherita stia lasciandosi un po’ sopraffare dal “problema” del cartellone e della ricerca sulla Sardegna che deve preparare per la scuola. Infatti, si sta facendo prendere dall’ansia perché non ho scoperto che non ha ancora iniziato a lavorarci. E intanto il tempo passa. Lo scorso week-end non mi aveva chiesto niente – salvo poi pretendere lunedì di andare a comprare urgentemente un foglio di cartoncino per questo cartellone. Ma soprattutto si è lamentata con Stella che “tutti gli altri bambini hanno la mamma che li aiuta a fare i cartelloni, mentre lei non ha nessuno che l’aiuta” (sic). Quando ho sentito questa cosa, le ho parlato per spiegarle ancora una volta che, se vuole il mio aiuto, basta chiederlo. Inoltre, visto che purtroppo il prossimo week-end io sarò via e non potrò aiutarla, ho cominciato a suggerirle una serie di spunti per cominciare ad impostare il lavoro, in attesa di completarlo insieme nei giorni successivi al mio rientro.
D’altronde, perché non mi aveva chiesto aiuto lo scorso sabato o domenica? Avrei potuto comprarle il cartoncino, ma soprattutto avremmo potuto iniziare a lavorare insieme. Perché, invece, ha passato il week-end ad oziare e leggere Topolino – salvo invece farsi prendere dai sensi di colpa quando era già tardi? Per non parlare di tutto lo sconvolgimento e la preoccupazione che ha causato a tutto il piccolo mondo che ruota intorno a lei.
Ho cercato di spiegarle tutto questo, con calma ma senza nasconderle gli impatti che si sono generati. E soprattutto le ho detto che può contare su di me. Ho subito anche cercato di dimostrarglielo, dandole degli spunti per l’impostazione del cartellone, e le ho chiesto di pensarci un po’ su. Poi, le ho assicurato, lo porteremo avanti insieme.
Certo non voglio che si senta abbandonata a sé stessa. Ma vorrei anche che cominciasse a sentirsi responsabile in prima persona. Io l’aiuterò, gliel’ho detto chiaramente, ma voglio che mi dimostri di aver almeno cominciato a lavorare sulle idee (che le ho comunque suggerito). Vorrei che cominciasse a provare, magari sbagliando, ma in prima persona. Io poi non la lascerò da sola, ma non voglio neanche che si abitui a far fare ad altri le cose che ha in carico lei.