In chiesa

20 novembre 2010

Anche quest’anno siamo stati tutti in chiesa nella ricorrenza di questo giorno. Tu sai che non vado volentieri a queste celebrazioni, intanto perché non sento il bisogno di questi riti per pensarti, per ricordarti. Io ti penso e ti ricordo nel mio cuore ogni volta che voglio. E poi perché ho sempre la sensazione che tutti si credano in dovere di mostrarsi un po’ tristi, o per lo meno compunti, ed assumono certe facce di circostanza, e proprio non me ne pare il caso. Ma questa volta ho evitato la sensazione dell’anno scorso, come di un rinnovo delle condoglianze. E questo grazie al fatto che ci trovavamo in una chiesa diversa, dato che tuo papà ho organizzato nella sua parrocchia invece che nella nostra. Ma anche, in fondo, grazie al nostro arrivo in leggero ritardo, appena dopo che gli altri si erano seduti. Per cui, durante la messa, abbiamo solo scambiato una serie di cenni e di sguardi con tutti gli amici ed i parenti, ed alla sua conclusione ci si è incrociati quasi casualmente all’uscita, e non ho avuto la sensazione che tutti venissero incontro specificamente a noi.


Biancheria da letto

15 gennaio 2010

Ieri sera ero stanchissimo. Stavo andando a letto, ma volevo prima cambiare la federa del mio cuscino. Aprendo il cassetto dell’armadio, dove teniamo quel tipo di biancheria, ho osservato quante cose contenesse. C’erano numerosissime parure di lenzuola di ogni tipo: semplici oppure a sacco – di quelle per i piumoni. Alcune di qualità molto fine, con ottimi tessuti ed abbinamenti di colori. Alcune un po’ più comuni, altre molto originali, con motivi sia classici, sia etnici. Tutte di ottimo gusto, con bei ricami di tutti i tipi. E poi federe per i guanciali, di ogni colore, abbinate alle lenzuola e non, rettangolari o quadrate, per cuscini di ogni tipo e forma.

Tu avevi una passione per tutto ciò che è stoffa, dalla biancheria all’abbigliamento. Con una mamma sarta, ed un papà che lavorava in un ingrosso di stoffe, la tua infanzia è stata molto influenzata dal gusto per queste cose. Lo dicevi tu stessa, bella. Il tuo corredo da sposa era molto ricco, tanto che ancora adesso è rimasto in gran parte nuovo ed inutilizzato. E questo nonostante fosse stato decimato da un furto a casa dei tuoi, anni fa, quando ancora stavi da loro. Tu stessa ci scherzavi su, dicendo che c’era biancheria non per una ma almeno per un altro paio di generazioni…

Ieri sera però, come ogni volta, mi sono trovato in difficoltà a raccapezzarmi tra tutto questo. Non mi è stato facile trovare una federa dalla forma adatta per il mio guanciale. Ho cercato di evitare di prenderne una che appartenesse ad una parure, e quindi ne ho cercato una che fosse scompagnata. Però, anche tra quelle, le forme ed i colori erano le più varie, e non tutte si adattavano al cuscino ed al copripiumino che avevo. Quando ho trovato una federa che si adattasse almeno alla forma del guanciale, mi sono accontentato. Vedevo bene che il colore non c’entrava nulla con il copripiumino che sto usando. Ma era tardi, io ero già stanco e non avevo più molta pazienza: volevo solo andare dormire il più in fretta possibile.

Così, ho rimesso tutto a posto. E però, a quel punto, quasi non si riusciva più a chiudere il cassetto. Ho pensato ancora una volta che, tutto sommato, a me importa solo fino ad un certo punto, l’avere tutta quella ricca scelta di biancheria. Ed ho ripensato ancora una volta a quanto quelle cose piacessero a te, invece. Ma a quel punto sono stato fulminato da un pensiero, che si è presentato alla mia coscienza in modo improvviso e lucidissimo. Ho sentito formarsi nella mia mente queste precise parole: “Ma lei, ormai, io l’ho persa per sempre. Non la rivedrò mai più!”.

Quest’idea, cui avevo già riflettuto altre volte, rappresenta un concetto di cui sto prendendo atto da più di un anno. E forse lo sto ancora assimilando, un po’ alla volta. Ma ieri, in quell’attimo, ne ho preso coscienza in modo tragicamente lucido! Da questo è scaturito un forte sentimento di rabbia. Non tristezza, come forse ci si potrebbe aspettare, ma una grande rabbia! Non so perché. Allora ho chiuso alla meglio il cassetto, forzandolo anche un po’. Poi, imprecando dentro di me, sono andato a letto con il cuore che batteva forte.


Questi giorni

17 novembre 2009

In questi giorni non riesco a fare a meno di ripensare agli stessi giorni di un anno fa. Di ogni giorno, saprei dire cosa stava succedendo. E non sono il solo, lo so: tutti ripensano ad allora. Ripensano a te. E in tanti mi telefonano, mi scrivono, mi invitano a vederci, a parlare. Vogliono starci vicino, e lo apprezzo. Ma io ora non ne ho voglia. O almeno, non sempre, non a comando. Mi sento un orso, come poche altre volte in passato.

Stasera lo zio è mancato. Sapevamo che stava molto male, e di recente le notizie erano di peggioramenti sempre più frequenti, e sempre più gravi. Ma deve succedere proprio tutto in questo schifo di stagione? Stavamo parlando di lui, con le tue sorelle, solo poche ore fa. Mi spiace così tanto… E mi spiace che non potrò andare a trovare la sua famiglia, come avevo tutta l’intenzione di fare. Ma adesso no, non in questi giorni!

In questi giorni vorrei stare da solo. Da solo con i nostri piccolini. Spero, almeno venerdì, di poterlo fare. Senza dover spiegare ancora una volta come va, come mi sento, come stanno i bambini. Non ho voglia di parlarne, solo questo. Avrei voglia di parlarne con loro, invece, che ne parlano così poco… ma quella sera cercherò innanzi tutto di stare loro vicino. Poi, magari mi ritornerà la voglia di parlare con la gente, di parlare di me, di tutti noi. Adesso no. Basta. Una pausa.


Un anno…

15 novembre 2009

La morte è un mostro,

un mostro che caccia dal gran teatro (della vita)

uno spettatore attento, prima della fine di una

rappresentazione che lo interessa infinitamente”.

– Casanova.

Cara Paola, si sta avvicinando il giorno in cui ci hai lasciato, e leggendo alcuni brani di casanova , mi sono soffermata su queste frasi, perché secondo me rappresentano quello che hai provato negli ultimi giorni della tua dolorosa malattia…


Volevi che io capissi

2 novembre 2009

Un anno fa, questo stesso periodo è stato terribile. Per te e per tutti noi. Allora, insieme, avevamo fatto la scelta di non dare troppe informazioni, troppe preoccupazioni ai nostri piccolini. E abbiamo sbagliato. L’ho capito dopo: avremmo dovuto dar loro almeno qualche elemento su quello che stava capitando. Prepararli.

Sì, ma questo è il senno del poi, ovviamente. Un anno fa, fino agli ultimi giorni, io stesso non ero preparato per niente. Non avevo capito. Tu sì, invece, ne sono convinto. Ma avevi anche capito che io non potevo capire, non potevo accettare la realtà.

Hai tentato di darmi dei segnali, anche espliciti, proprio in questi giorni. Come quando mi avevi chiesto – almeno un paio di volte – di metterci a tavolino per ragionare insieme su come organizzare la nostra vita senza di te. Richiesta che, lo hai visto, mi distruggeva. Richiesta che, te lo dissi, non potevo accettare. Ipotesi, ti dicevo, che non potevo prendere in considerazione. E allora hai rinunciato. Rinunciato quasi a parlarmi, almeno per qualche giorno. Io avevo notato che ti eri rabbuiata, intuivo di aver fatto o detto qualcosa di sbagliato. Ma preferivo pensare che tu fossi triste e depressa per la sofferenza fisica, per le cure che avresti dovuto ancora una volta affrontare. Che tu fossi giù perché ti si prospettava un periodo duro. Ma tu eri pessimista in senso molto più assoluto. Sapevi che il tempo che avevi davanti a te, duro o meno che fosse, comunque non sarebbe stato lungo.

E allora mi avevi lanciato un secondo segnale: mi hai detto, più volte, parlando dei bambini: “Meno male che hanno un bravo papà!”. E io stupido, ancora a non capire. Pensavo che tu volessi solo essere dolce con me, farmi un complimento per consolarmi genericamente. E invece non avevo capito che mi stavi dicendo qualcosa. In modo meno diretto, dato che ti avevo già dimostrato di non poter reggere un parlare più esplicito.

Ma anche a te sfuggiva che, se io non ero stato in grado nè di accettare nè tanto meno di capire quello che mi avevi detto in modo esplicito, come potevo arrivarci con un messaggio indiretto, bella?


Due novembre

2 novembre 2009

Ieri era domenica, primo novembre. È novembre. Al pomeriggio, siamo passati a trovarti con i piccolini. Quanti bacini dà Francesca sulla tua foto, ogni volta… E stavolta lo ha fatto anche Enrico. Anche lui, che manifesta i suoi sentimenti un po’ meno delle sue sorelle. Ma sta cambiando. Sta imparando ad abbracciare: per un maschietto, sta diventando a suo modo affettuoso. Margherita, la più riservata, è sicuramente la più conscia della tua perdita. Margherita è quella che ha avuto più a lungo modo di godere della tua presenza, che ti ha conosciuta meglio. È fortunata, per questo, ma non sembra rendersene conto. O forse è semplicemente nella condizione più degli altri di soffrirne, proprio per questo. Enrico ha anche lui qualcosa di te: l’esperienza in famiglia. Infatti, è come te un figlio mediano: nè il più grande, nè  il più piccolo. E poi ha anche lui, come te, un orecchio un po’ a sventola, asimmetrico. Di Francesca, invece, mi si dice che è quella che ti assomiglia di più fisicamente. Pare sia uguale a te, alla stessa età. Sono tutti e tre dei bravi bambini. Non meritano la sfortuna chè è toccata loro…

Stasera ho parlato loro di te. Volevo capire se avevano messo a fuoco il fatto che stiamo arrivando al fatidico anniversario. Che già adesso siamo in quel periodo che, un anno fa, è stato così terribile per te. Per tutti noi. Allora, insieme, avevamo fatto la scelta di non dare loro troppe informazioni, troppe preoccupazioni.

E così abbiamo parlato, ricordato, pianto. I bambini sono coscienti del momento, eccome. E tu manchi tantissimo a tutti. È stato un momento triste. Ma autentico, e nostro. Per cui, anche se domattina si va a scuola, ho poi voluto esaudire un loro desiderio, che mi avevano espresso da tempo: abbiamo riguardato tutti insieme il nostro album di nozze. Margherita lo dovrebbe avere già visto, presumo con te, perché si ricordava di molte foto. E probabilmente anche Enrico, ma non pare ricordarsene, quindi per lui era una specie di “prima volta”. E per Francesca lo era quasi sicuramente. Abbiamo dedicato una buona oretta a guardare ogni singola foto, commentandole e notando le differenze nelle persone, rispetto a come sono oggi. I bambini hanno notato bene come le persone fossero tutte decisamente più giovani. Tu eri bellissima. Io invece, secondo loro, non tanto: pare mi trovino meglio oggi. E poi tutti i parenti ed amici, che loro conoscono tutti o quasi, ma che erano decisamente diversi. Pensa che, proprio mentre guardavamo le foto, ha telefonato Adriana. Ha risposto Enrico, che l’ha salutata e subito le ha detto che cosa stessimo facendo. Poi le ha precisato: “C’eri anche tu, zia, solo che eri molto meno vecchia di adesso!”. Ci siamo fatti tutti una risata. Ma io ho realizzato come loro vedono tutti noi, sostanzialmente: vecchi. Una persona più matura avrebbe ipocritamente detto “più giovane”, ma lui no, ha detto quel che pensava. Vecchi. Ad ogni modo, io ho poi raccontato loro come si era svolta la giornata delle nostre nozze, chi c’era e che cosa abbiamo fatto. Erano molto interessati. Anche per loro questa è storia della famiglia, e giustamente sentono di volerla conoscere. L’ultima foto, alla fine della giornata, è quella di te sempre vestita da sposa, ma con il tuo zainetto rosso che rappresentava il tuo trasloco nella nuova casa, nella nostra nuova vita. La nostra vita insieme, che adesso è già finita. Com’è passato in fretta questo tempo, bella!

Dopo le foto delle nozze, come tu sai, nell’album c’era ancora tanto spazio vuoto, ed avevamo deciso insieme di aggiungere man mano altre foto di noi, dell’evoluzione della nostra famiglia. Una per ogni anno, che chiamavamo “la foto dell’anno”, ti ricordi? Solo che l’ultima era quella del 2007. Di solito sceglievamo una foto della bella stagione, infatti, e perciò questo era un lavoretto che si faceva negli ultimi mesi dell’anno. Solo che nel 2008 non abbiamo fatto in tempo, e quest’anno non l’avevo ancora preso in considerazione. Così, ne abbiamo parlato tutti insieme, e abbiamo deciso di scegliere una foto per l’anno scorso, ed una per questo. Ancora una con te, e poi una senza. Margherita ha detto di aver già pensato alla didascalia per quest’ultima. Vuole parafrasare quella del 2004, in cui sembra che fossimo in quattro, ma tu avevi il pancione, e quindi ci avevi scritto accanto: “Siamo in cinque”. E ora lei vorrebbe scrivere: “Siamo di nuovo in quattro”. Vedremo. Dopo che avremo scelto e inserito queste due foto, ho proposto loro di aggiungere qualcosa di loro, d’ora in avanti, per te. Dei loro disegni, magari. Qualcosa che rimanga, che aiuti a costruire il ricordo del passato che c’è stato, che un po’ deve appartenere anche a loro. E di quello che deve ancora venire.


Seduto sul bordo del letto

26 settembre 2009

Stamattina mi sono svegliato dopo una notte di scarso riposo. Mi sono seduto sul bordo del letto. Appena sveglio ero già stanco. Mi sono ricordato all’improvviso di un risveglio simile, una mattina di poco meno di un anno fa. Anche allora si dormiva poco e male. Tutti e due. Tu eri sofferente ed agitata. Io soffrivo con te, per te. Quella mattina, dopo una notte di angoscia, mi sembrava che tu dormissi, finalmente. Mi sono seduto sul letto, e intanto continuavo a rimuginare a cosa, a come avremmo potuto fare. Mi sono preso la testa tra le mani, perché me la sentivo scoppiare. E tu mi sei venuta vicino, mi hai messo una mano sulla schiena e, con una dolcezza insopportabile, mi hai detto: “É dura, anche per te…”. In tutto quel periodo tremendo, in cui tutti pensavamo solo a te, a come aiutarti, tu sei stata capace di avere un pensiero di comprensione anche per me. Sapessi quanto ne ho bisogno, ancora adesso, amore mio.


Povera ragazza

23 luglio 2009

Povera ragazza! Sì, eri una ragazza: che vuoi che siano 43 anni… che vuoi che siano! Povera ragazza sfortunata! Mi sei stata accanto per meno di diciassette anni. Mi hai accompagnato. E ora sono da solo. Sei stata l’angelo della mia vita. Ciao, bella, ti piango… Mi manchi così tanto… Come farò, senza di te?


Il tifo per me

8 maggio 2009

Ho tante persone attorno che mi vogliono bene. Anche alcune a cui parlare. E perfino qualcuno che sa ascoltare.

Ma non c’è più quella persona che mi raccontava la propria giornata, ed a cui raccontavo la mia. Quella che capiva come arrivavo ai miei successi, e che condivideva le mie preoccupazioni. La persona speciale a cui non avevo bisogno di spiegare tutto passo per passo, però. Colei che sapeva la mia storia nei dettagli, ed di cui io conoscevo la sua. L’unica cui bastavano poche parole per capire perché una cosa mi rallegrava o mi crucciava.

Era bello avere qualcuno che faceva il tifo per me.


Rivoglio la mia vita

13 aprile 2009

Nei primi tempi ero sconvolto, certo, ma confidente. Oggi sono meno sicuro di me. Prima ero addolorato, ma ero convinto di farcela. Adesso sono depresso e convinto di non farcela. Di non farcela ad andare avanti. Di non farcela a tirare la carretta. Di non farcela a portare a casa lo stipendio, e insieme a crescere i figli. Di non farcela ad essere padre e madre insieme, un buon padre e una buona madre.

E poi, temo di non farcela in un altro modo: temo di diventare solo una “macchina da famiglia“. Di essere solo quello che porta a casa lo stipendio, e che tira su i figli, al meglio che può. Solo quello. Certo, essere quello è fondamentale, ma non mi basta. Vorrei avere un senso per la mia vita che non si riduca solo a quelle cose. Non voglio essere vivo solo per tirare su i figli. Non voglio essere qui solo per cucinare la cena e aiutare a fare i compiti. Vorrei trovare un senso nella mia vita anche come individuo. Essere con i nostri piccolini, vivere per loro, è fondamentale, ma non può essere tutto lì. Vorrei avere un senso. Anche per me.

La mia vita è impegnata, non sono quasi mai da solo, ho tanta gente che mi vuole bene e me lo dimostra concretamente, aiutando ecc. Ma è un aiuto sempre e comunque “esterno”. La collaborazione con te era diversa. Noi eravamo una coppia: il tuo non era un “aiuto”, e neanche il mio a te: eravamo una cosa sola, avevamo un obiettivo comune, chiaro e condiviso. Senza dirlo. Senza bisogno di chiedere. Senza bisogno di ringraziare. Era semplice e naturale.

Adesso invece dipendo da altri. Devo sempre chiedere. Avere gente per casa o essere noi a casa d’altri. E mi pesa. Per quanto tutti mi aiutino, e nonostante io sappia che lo fanno volentieri. Ma non è lo stesso: quando c’è il minimo intoppo, la minima variazione, un fuori programma – bello o brutto che sia – non posso decidere da solo. Devo chiedere. Chiedere sempre. La nostra stessa esistenza è una richiesta vivente. Gli altri lo sanno, e quindi è uguale anche quando sono gli altri a farsi avanti.

E Gina è la prima a farsi avanti. Forse è quella a cui ho meno bisogno di chiedere, e spessissimo offre il suo aiuto prima ancora che io lo chieda. E comunque non dice mai di no. E così vostro padre, Adriana, tutti. E gli amici… Ma non basta. Mi dispiace, ma non mi basta. Così non è una vera vita: è sopravvivenza. Appeso agli altri, non sono libero. E gli altri non sono liberi da me.

Mi è stato detto di aspettare, di avere pazienza, di avere Fede. Io non ho tempo. Non ho pazienza. Non ho Fede. E questo mi logora – ma rivoglio la mia vita, amore mio!


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