In colpa per un film

29 novembre 2010

Ieri pomeriggio mi era venuto il desiderio di andare al cinema a vedere un film che mi attirava, ma che non era interessante per i bambini. Allora ho chiesto aiuto ad Andrea ed Elena, e ho accompagnato da loro i piccolini, che hanno accettato di buon grado di andare a giocare per un po’ dalle loro amichette . Dopo un paio d’ore, sono ritornato e mi sono fermato un po’ a chiacchierare con Andrea. Intanto i bambini continuavano a giocare. In particolare, Daniela e Francesca correvano su e giù per le scale, dato che Elena se ne stava al piano di sopra a fare dei lavori di casa. Una tranquilla domenica pomeriggio in famiglia.

Andrea ed io eravamo tranquillamente seduti al tavolo quando, ad un certo punto, è arrivato da me Enrico che, con aria trafelata, mi ha annunciato che Francesca era caduta per le scale, e che si era “fatta male alla spina dorsale” (sic). Non posso descrivere l’ansia che mi ha preso in quel momento, di fronte a un’affermazione così grave! Mi sono alzato con gran foga, ma sono inciampato tra la gamba della sedia e quella del tavolo, cadendo anche io come un salame, per giunta sulla stufa! Fortunatamente la stufa non era troppo calda: durante la caduta, mi ero già immaginato trauma e ustione, ma mi sono almeno risparmiato la seconda. Mi sono quindi rialzato, e precipitato su per le scale, dove ho trovato Francesca in lacrime. Per fortuna aveva solo un’escoriazione, anche se proprio al centro della schiena. Ma non era nulla di grave, ed Elena gliela stava già medicando. Ho consolato Francesca, e pian piano ci siamo rimessi in strada per tornarcene a casa nostra, non proprio di buon umore.

Per fortuna è andata bene, ma io mi sono sentito in colpa. Ho pensato che se io non avessi avuto il desiderio di andare al cinema, a Francesca non sarebbe successo nulla. E poi mi sono chiesto soprattutto come mi sarei sentito, nel malaugurato caso che si fosse fatta davvero male in modo grave. Questo tipo di circostanze mi fanno sentire forte il peso della responsabilità, e anche il senso di quanto poco io sia libero di vivere una vita mia, bella.


Giovinezza

21 novembre 2010

In questi ultimi giorni ho riflettuto a come tu sia rimasta e rimarrai sempre giovane, mentre noi andiamo avanti. Sono passati due anni, ma tu sei sempre uguale. Certo noi adulti non siamo (ancora) cambiati molto, ma i bambini ed i ragazzi già un pochino sì. Ad esempio, riflettevo che Margherita si sta ormai avvicinando all’età che Elena aveva quando lei è nata, 12 anni. Ed Elena, a sua volta, si avvicina all’età che avevi tu quanto io ti ho conosciuta.

E così, ho ripensato a te. A quanto eri carina a quel tempo. Eri ancora una ragazza. E quella ragazza mi è tornata in mente per l’ennesima volta in una immagine, dei primissimi tempi in cui ci frequentavamo, che non ho mai dimenticato. Era un pomeriggio in cui tu sei venuta a prendermi al lavoro – dato che tra noi due eri la sola ad avere la macchina – per andare a fare una passeggiata insieme. Eri entrata nell’atrio dell’azienda e per caso avevi subito incrociato il mio capo. Lui ti ha chiesto di aspettare un momento, e mi ti ha annunciata, commentando che avevi un’aria un po’ da indiana d’America, e che eri molto carina. E in effetti, quando sono uscito dalla stanza ti ho vista, con le tue lunghe e spesse trecce di folti capelli scuri. Ti guardavi attorno con quello sguardo timido per un ambiente che non era il tuo, ma anche con la fierezza e la sicurezza di non essere da meno di nessuno. Timidezza e fierezza che mi avevano conquistato subito, bella.

E poi ho ripensato a te bambina. Mi ci hanno fatto pensare le nostre figlie. Ho pensato a come potevi essere, a quali fossero le tue speranze rispetto al futuro, i tuoi timori. Ho pensato alla tua famiglia, con lo stile di vita estremamente sobrio di tuo padre, e però anche con l’allegria semplice di tua madre. Chissà se i tuoi genitori anche allora brontolavano tra loro come negli ultimi anni, come li ho conosciuti io. Chissà come li vedevi tu allora.


Una splendida giornata

17 luglio 2010

Oggi siamo arrivati nel Salento: ci ho accompagnato i bambini per le vacanze. Li ho subito portati al mare, anche con i loro cuginetti. Era una splendida giornata di sole, calda come fa caldo d’estate, ma gradevole come può essere gradevole lo stare sulla riva del mare. Un bagno nell’acqua limpida ci ha rinfrescati. Una gradevole brezza ci ha asciugati dal sale, e preservati dal sudore. E in un attimo, e per un attimo, mi sono sentito come felice. E mi sono accorto che buona parte di questo senso di felicità dipendeva dal fatto di vedere le cose come sono, invece che cercare di vederle come potrebbero essere, o come sono state, o come potrebbero diventare in seguito. Per un attimo ho vissuto nel presente. Puro e semplice. Per un attimo, solo per un attimo, credo di aver provato quello che forse provano gli animali: il senso di essere vivo, senza ricordi o prospettive. Senza rimorsi o programmi. Senza rimpianti o attese. O almeno senza troppe razionalizzazioni di quelle nozioni. Nozioni che pure alcuni animali superiori senz’altro avranno. Se sto bene adesso, allora sto bene. E adesso sto bene. Sono nella tua terra e sto bene, bella.


Abitudini quotidiane

9 febbraio 2010

Oggi mi sono reso conto di come alcune delle nostre piccole abitudini, dei nostri piccoli riti quotidiani (dove mettiamo le cose in cucina, come ci organizziamo la mattina, ecc.) stanno lentamente cambiando. Mi è venuto in mente che, nell’ipotesi che tu oggi ritornassi, forse non ti ritroveresti, e dovrei raccontarti, spiegarti che cosa è cambiato, e come ci siamo organizzati adesso. È di nuovo qualcosa che ci sta allontanando, bella.


Biancheria da letto

15 gennaio 2010

Ieri sera ero stanchissimo. Stavo andando a letto, ma volevo prima cambiare la federa del mio cuscino. Aprendo il cassetto dell’armadio, dove teniamo quel tipo di biancheria, ho osservato quante cose contenesse. C’erano numerosissime parure di lenzuola di ogni tipo: semplici oppure a sacco – di quelle per i piumoni. Alcune di qualità molto fine, con ottimi tessuti ed abbinamenti di colori. Alcune un po’ più comuni, altre molto originali, con motivi sia classici, sia etnici. Tutte di ottimo gusto, con bei ricami di tutti i tipi. E poi federe per i guanciali, di ogni colore, abbinate alle lenzuola e non, rettangolari o quadrate, per cuscini di ogni tipo e forma.

Tu avevi una passione per tutto ciò che è stoffa, dalla biancheria all’abbigliamento. Con una mamma sarta, ed un papà che lavorava in un ingrosso di stoffe, la tua infanzia è stata molto influenzata dal gusto per queste cose. Lo dicevi tu stessa, bella. Il tuo corredo da sposa era molto ricco, tanto che ancora adesso è rimasto in gran parte nuovo ed inutilizzato. E questo nonostante fosse stato decimato da un furto a casa dei tuoi, anni fa, quando ancora stavi da loro. Tu stessa ci scherzavi su, dicendo che c’era biancheria non per una ma almeno per un altro paio di generazioni…

Ieri sera però, come ogni volta, mi sono trovato in difficoltà a raccapezzarmi tra tutto questo. Non mi è stato facile trovare una federa dalla forma adatta per il mio guanciale. Ho cercato di evitare di prenderne una che appartenesse ad una parure, e quindi ne ho cercato una che fosse scompagnata. Però, anche tra quelle, le forme ed i colori erano le più varie, e non tutte si adattavano al cuscino ed al copripiumino che avevo. Quando ho trovato una federa che si adattasse almeno alla forma del guanciale, mi sono accontentato. Vedevo bene che il colore non c’entrava nulla con il copripiumino che sto usando. Ma era tardi, io ero già stanco e non avevo più molta pazienza: volevo solo andare dormire il più in fretta possibile.

Così, ho rimesso tutto a posto. E però, a quel punto, quasi non si riusciva più a chiudere il cassetto. Ho pensato ancora una volta che, tutto sommato, a me importa solo fino ad un certo punto, l’avere tutta quella ricca scelta di biancheria. Ed ho ripensato ancora una volta a quanto quelle cose piacessero a te, invece. Ma a quel punto sono stato fulminato da un pensiero, che si è presentato alla mia coscienza in modo improvviso e lucidissimo. Ho sentito formarsi nella mia mente queste precise parole: “Ma lei, ormai, io l’ho persa per sempre. Non la rivedrò mai più!”.

Quest’idea, cui avevo già riflettuto altre volte, rappresenta un concetto di cui sto prendendo atto da più di un anno. E forse lo sto ancora assimilando, un po’ alla volta. Ma ieri, in quell’attimo, ne ho preso coscienza in modo tragicamente lucido! Da questo è scaturito un forte sentimento di rabbia. Non tristezza, come forse ci si potrebbe aspettare, ma una grande rabbia! Non so perché. Allora ho chiuso alla meglio il cassetto, forzandolo anche un po’. Poi, imprecando dentro di me, sono andato a letto con il cuore che batteva forte.


Un anno dopo

20 novembre 2009

Oggi ho cercato di far passare una buona serata ai bambini. E a me stesso. Volevo che fosse una maniera di ricordarti, ma volevo anche che fosse senza tristezza. Abbiamo già pianto tanto, nei mesi passati…

Ho pensato di preparare una cena un po’ speciale. E lo è stata, almeno rispetto a come sono le nostre cene ultimamente. In realtà, era molto simile a tante cenette che tu ci preparavi spesso, semplici e gradevoli. E non a caso ho voluto che fosse così: era un modo per sentire la tua presenza, qui con noi. Tu avevi sempre delle buone idee, uno spunto carino nelle decorazioni della tavola e della casa. E una piccola coccola per la gola di ciascuno. E poi ho pensato di coinvolgere i piccolini nella sua preparazione: per loro un divertimento, per tutti un modo per stare insieme un po’ di più.

Abbiamo preparato la pizza, e della mousse al cioccolato. Ed abbiamo acceso delle candele. Non lo avevamo più fatto da tanto tempo. Forse non lo avevamo mai fatto senza di te. A te piacevano, e l’ho ricordato ai bambini. Margherita ha sorriso e mi ha risposto che anche a lei piacciono molto. Abbiamo commentato che portano un piccolo anticipo di atmosfera natalizia, perché questo periodo dell’anno, così buio e triste, è rischiarato un po’ dal calore di quelle piccole fiamme vive.

Dopo cena, abbiamo guardato insieme un cartone animato. Ed aggiornato il nostro album con la foto dell’anno. Sia quella del 2008, che non avevamo fatto in tempo a mettere con te. sia quella per il 2009. I bambini avevano preparato un disegno corale, fatto tutti insieme. Abbiamo aggiunto anche quello. Rappresenta un paesaggio con terra, mare e cielo. È per te, bella.


Dieci maggio

10 maggio 2009

Oggi è il dieci. Il dieci di maggio, fino all’anno scorso era un giorno bellissimo. Il tuo compleanno, bella, ma anche un giorno di festa nello splendore della piena primavera. Spesso trascorso con gli amici più cari, o con la famiglia, anche se a volte con qualche starnuto. Allegria e allergia!

La primavera è tornata anche quest’anno, con i suoi colori, tutto intorno a noi. Nel giardino e nella campagna attorno: il verde, in questo periodo di una tenerezza commovente, e il rosso dei papaveri. Tu li amavi tanto, i coquelicots, come li chiamavi affettuosamente. Anche ai bambini avevi insegnato questa parola francese, un po’ buffa e un po’ speciale. Nostra. E anche quest’anno i primi coquelicots li ho visti proprio all’inizio del tuo mese, il due di maggio per la precisione. Lo ricordo bene, era una giornata spettacolare. Era una giornata spettacolare e io ho pianto.

Questo invece, oggi lo si vede dalla nostra finestra, proprio come piaceva a te. Un segno?

Coquelicot

Coquelicot

I tuoi anni si sono fermati, bella. Il tempo non scorre più per te. Non ha più senso per noi festeggiare: oramai la tua età non cambierà mai più. Per tutti noi sarai sempre una ragazza. Una ragazza sfortunata, ma giovane per sempre.


Rivoglio la mia vita

13 aprile 2009

Nei primi tempi ero sconvolto, certo, ma confidente. Oggi sono meno sicuro di me. Prima ero addolorato, ma ero convinto di farcela. Adesso sono depresso e convinto di non farcela. Di non farcela ad andare avanti. Di non farcela a tirare la carretta. Di non farcela a portare a casa lo stipendio, e insieme a crescere i figli. Di non farcela ad essere padre e madre insieme, un buon padre e una buona madre.

E poi, temo di non farcela in un altro modo: temo di diventare solo una “macchina da famiglia“. Di essere solo quello che porta a casa lo stipendio, e che tira su i figli, al meglio che può. Solo quello. Certo, essere quello è fondamentale, ma non mi basta. Vorrei avere un senso per la mia vita che non si riduca solo a quelle cose. Non voglio essere vivo solo per tirare su i figli. Non voglio essere qui solo per cucinare la cena e aiutare a fare i compiti. Vorrei trovare un senso nella mia vita anche come individuo. Essere con i nostri piccolini, vivere per loro, è fondamentale, ma non può essere tutto lì. Vorrei avere un senso. Anche per me.

La mia vita è impegnata, non sono quasi mai da solo, ho tanta gente che mi vuole bene e me lo dimostra concretamente, aiutando ecc. Ma è un aiuto sempre e comunque “esterno”. La collaborazione con te era diversa. Noi eravamo una coppia: il tuo non era un “aiuto”, e neanche il mio a te: eravamo una cosa sola, avevamo un obiettivo comune, chiaro e condiviso. Senza dirlo. Senza bisogno di chiedere. Senza bisogno di ringraziare. Era semplice e naturale.

Adesso invece dipendo da altri. Devo sempre chiedere. Avere gente per casa o essere noi a casa d’altri. E mi pesa. Per quanto tutti mi aiutino, e nonostante io sappia che lo fanno volentieri. Ma non è lo stesso: quando c’è il minimo intoppo, la minima variazione, un fuori programma – bello o brutto che sia – non posso decidere da solo. Devo chiedere. Chiedere sempre. La nostra stessa esistenza è una richiesta vivente. Gli altri lo sanno, e quindi è uguale anche quando sono gli altri a farsi avanti.

E Gina è la prima a farsi avanti. Forse è quella a cui ho meno bisogno di chiedere, e spessissimo offre il suo aiuto prima ancora che io lo chieda. E comunque non dice mai di no. E così vostro padre, Adriana, tutti. E gli amici… Ma non basta. Mi dispiace, ma non mi basta. Così non è una vera vita: è sopravvivenza. Appeso agli altri, non sono libero. E gli altri non sono liberi da me.

Mi è stato detto di aspettare, di avere pazienza, di avere Fede. Io non ho tempo. Non ho pazienza. Non ho Fede. E questo mi logora – ma rivoglio la mia vita, amore mio!


Presagio di primavera

11 febbraio 2009

Questo lunedì sono passato a trovarti, bella. Finalmente ho potuto mettere piede vicino a te, starti accanto un pochino, parlarti da vicino. La terra era ancora nuda e umida per l’inclemenza del tempo, ma presto ci saranno dei bei fiori a tenerti un po’ di compagnia.

Dopo settimane di bianco e gelo intorno a noi, stamattina il prato sotto casa per la prima volta non era coperto né di neve né di brina. L’erbetta seminata ad ottobre è già verde e folta, nonostante tutte queste prove. Penso che il nostro bel giardino tornerà a verdeggiare anche in questa nuova bella stagione che si annuncia. Ti ricordi? Il mese di febbraio era per noi sempre un momento così bello, nell’anno! L’ultimo scorcio d’inverno, prima ancora di un presagio di primavera. Un momento di speranza per la vita nella natura, con il ritorno di un po’ di tepore del sole al mattino, che filtra attraverso la finestra della cucina, e si mischia con i primi rumori della casa, con il profumo del caffè. Il caffè, che ho imparato da te ad apprezzare…

Domenica ho potato le rose e le ortensie. Le rose, che amavamo tanto, al punto da traslocarle piuttosto che perderle, quando abbiamo fatto i lavori in giardino… E le ortensie, che ti piacevano tanto… e a me un po’ meno. Ma tu mi avevi insegnato a vederne la bellezza: ancora una cosa che ho imparato da te… Grazie, bella! grazie ancora per la poesia, per la bellezza, la tua e quella che sapevi vedere nelle cose semplici della vita, quella che i tuoi occhi così acuti vedevano prima e meglio di tutti, e che mi svelavi, aiutandomi a scorgerla, prendendomi per mano quando non la riconoscevo da solo.

Avrei voluto fare prima quel lavoretto di potatura, ma nei week-end delle scorse settimane faceva così freddo che non me la ero sentita. Solo, spero di non essere arrivato tardi, dato che tutte le piante avevano già delle gemme, e sono stato costretto ad eliminarne qualcuna, sui rami troppo lunghi: quante energie vitali sprecate! È così bella e grande la vita, pure in dettagli così minuti. E quando riparte, la natura è così possente e veloce: bastano pochi giorni di sole tiepido, e la vita ricomincia…

Forse sta finendo questo lungo, freddo, grigio e triste inverno!


Una mamma come Dio…

19 gennaio 2009

Ciao bella, ti volevo raccontare ancora dei bambini. Da ogni parte mi dicono e leggo che dobbiamo tutti “elaborare”: elaborare per superare il trauma, elaborare per continuare a vivere. Che questo vale anche e soprattutto per i bambini. Su un libro ho addirittura letto che, in questi casi, gli adulti dovrebbero “aiutare i bambini a soffrire”. I nostri bambini sono tre angioletti, come hai detto tu a Luisa l’ultima volta che vi siete incontrate. Degli angioletti sereni, come in fondo eri tu, che vivono lieti la loro vita di sempre. Io almeno ci provo, a far sì che sia tale; a meno, purtroppo, di te…

E in fondo, non so se davvero non abbiano realizzato la situazione, come spesso mi viene detto valutando la cosa solo in base alla loro età. Certo, hanno i momenti cupi anche loro, di solito la sera, e più esplicitamente le bambine. Ma tutti sono generalmente allegri, e a me pare giusto che sia così. Ad esempio, non te ne avere a male, ma non è mai capitato che abbiano chiesto di te. Neanche Francesca, che è così piccola. Neanche in momenti di dolore o rabbia. Neanche, ad esempio, nella confusione che segue il risveglio dopo un brutto sogno. L’unica eccezione, a mia memoria, è stata ieri mattina, quando per la prima volta lei mi ha chiamato “mamma” mentre mi parlava, ma si è immediatamente corretta da sola, e molto tranquillamente: era solo per la foga del racconto.

Questi mi paiono segnali importanti. Non te ne avere a male, dicevo: non ti hanno dimenticata. Mai! Parliamo sempre di te, tutti insieme, e loro lo fanno molto serenamente. Sanno che tu in un certo modo sei sempre accanto a loro, e che vigili sulla loro tenera vita. Che lo fai con lo stesso amore, ricambiato, di sempre. Pensa che, qualche giorno fa, Francesca ha detto alla zia Gina che secondo lei tu ora sei come Dio. Gina era sorpresa, all’inizio, il paragone sulle prime sembrava anche un po’ irriverente. Ma poi è arrivata la spiegazione, impeccabile: “Mamma è come Dio, perchè c’è, ma non possiamo vederla!”

Come si può pensare che non abbia capito la situazione? E però, come pensare che possa avere, anche solo per un attimo, dimenticato la sua mamma? No. Forse è presto per dirlo, ma io voglio pensare che i nostri tre angioletti siano davvero dei ragazzini in gamba. Che cercherò sempre di consolarli di questo distacco, precoce e crudele per tutti noi. E però anche che loro sono la mia consolazione. E la tua.


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